Giudice non avrai che te stesso come imputato

La sola condanna possibile è la consapevolezza del delitto. È l’epigrafe che Silvano Agosti scrive nella prima pagina del suo libro Il giudice, per sintetizzarne il senso finale, non solo della narrazione, ma quello sempre in atto nella nostra vita. Un romanzo breve, agile, di appena cinquanta pagine, redatto nel nitore di una prosa scarna e di una sintassi essenziale. Ugualmente, però, non ci sfugge la profondità dello scavo e la densità della materia esistenziale da cui è stata estratta, scrostata ognuna di quelle parole e frasi.

Un giudice di tribunale, dopo una lunga e laudata carriera, inizia a essere perseguitato da sogni a occhi chiusi e visioni a occhi aperti di un delitto che lui stesso compie nei confronti di un’anonima anziana donna, con il volto in ombra, che scende l’ultimo gradino di una scala antistante il porto di una città altrettanto ignota e impossibile da identificare. La visione si propone così insistente, improvvisa, e irrompente in ogni diversa situazione e ora del giorno e della notte, che da onirica passa alla concrezione materica della tangibile realtà quotidiana. Proprio perché magistrato di elevata statura giuridica si trova piano piano avvitato, inchiodato sul doppio, impossibile scranno di giudice e imputato. Ossia si ritrova letteralmente inchiodato su una croce, che egli stesso comincia a trascina per le scoscese pendici del suo Calvario in forma di inconscio rimosso e mai indagato prima.

L’assassinio di una vecchia donna, e la stessa frase in epigrafe dall’autore, non possono che richiamare alla memoria Dostoevskij, il suo celebre romanzo del 1866 Delitto e castigo. Qui il protagonista Raskol’nikov ne ammazza due di vecchie, e dopo tutto il lungo travaglio delle indagine che si stringono inesorabili, ma non inoppugnabilmente su di lui, l’autentico tema della vicenda emerge essere proprio quello indicato da Agosti: la consapevolezza del delitto. In ciò risiede l’unica, vera, inaggirabile condanna. E soprattutto la sua impossibile sopportazione, senza qualcos’altro – come l’amore disinteressato – che ineffabilmente aiuti a trovare la coscienza e le parole interiori a sostenerla.

L’autore imprime a questo punto, poco meno che verso la metà delle sue pagine, una variazione narrativa, una vera e propria svolta all’indagine su sé stesso di quel giudice al di sopra di ogni sospetto. Un vero e proprio giro di vite, per dirla con Henry James, il piacere della cui scoperta e lettura incontaminata non possiamo in nessun modo rovinare a chi ama discendere con la propria sensibilità, con il proprio filo di voce in quella dell’autore e del protagonista.

Arrivando all’ultimo capoverso, anch’esso una svolta, non si può che capitombolare vorticosamente all’indietro. Ossia, alla frase iniziale stampata in esergo, in basso e in corsivo nella prima pagina del libro e precedente il racconto. Quella consapevolezza, infatti, ci riguarda tutti, tutte, in quanto essa non può che risalire all’origine stessa civiltà e al segno che essa non cessa di imprimere nelle nostre coscienze.

Il giudice, Edizione L’Immagine, è reperibile direttamente, o scrivendo e tramite social al Cinema Azzurro Scipioni, Via degli Scipioni, 82, 00192 Roma. Tel. 06.8953.5724

Riccardo Tavani

 

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