Clara Rametta, la luce dentro
È una delle fondatrici e anima, idea-forza del Salina Doc Fest. Quale critico cinematografico, in questo suo volto l’ho conosciuta, ancora prima che assumesse l’Assessorato alla Cultura, e poi fosse eletta Sindaca del Comune di Malfa nell’isola di Salina. Ricordo anzi che fu proprio Clara Rametta ad accogliermi il primo anno che arrivai a quel Festival del documentario narrativo, fondato e ancora diretto da Giovanna Taviani. Entro nel piccolo ufficio turistico su Via Roma, vicino la piazza centrale di Malfa, adibito anche all’accoglienza dei festivalieri, prospettando a delle ragazze lì presenti alcune mie difficoltà. Entra Clara, le ragazze mi indirizzano subito a lei: neanche il tempo di finire di ascoltarmi e tutto è già risolto. Mi chiede il giorno del mio rientro alla fine del Fest; glielo dico; controlla sul computer, mi prenota un posto, compra e fa stampare seduta stante un biglietto di ritorno con la nave.

Prendo in alloggio in una stanza su Via Pastificio, la stessa in cui c’è l’ingresso del suo Hotel Signum, uno dei più prestigiosi di Salina. Me la dà in affitto Lucy, una ragazza che faceva parte dello staff del Fest. Erano i tempi in cui Antonio Pezzuto conduceva ancora la rassegna insieme a Mazzino Montinari, ambedue selezionatori dei film in concorso e tra i maggiori esperti internazionali del cinema documentario. In quel punto di Via Pastifico c’è ancora una rigogliosa buganvillea disposta ad arco sulla viuzza, con sotto delle poltroncine in legno da cinema. Così tutti i giorni mi capitava di incontrare Clara Rametta che faceva avanti e indietro tra l’hotel e il Fest, e di scambiare due parole, due battute di simpatia e affetto con lei. Una mattina mi sveglio alle cinque e mezza per prendere il primo bus delle sei che porta alla località Valdichiesa, per poi ascendere a piedi sulla cima del Monte Fossa delle Felci, e c’è sopra anche lei. Non certo per salire con me sul monte, ma neanche le chiedo dove andasse a quell’ora. Perché l’Hotel si chiama Signum? “Non facemmo in tempo ad aprirlo, che le autorità lo chiusero, vi apposero i sigilli. In latino sigillo si dice appunto signum. Mai sequestro e conseguente nome furono poi più forieri di fortuna”.

Quando ho visto l’ultima volta Clara Rametta? Una delle ultime sere del Salina Doc Fest in questo luglio 2025. Eravamo tuttə ospiti per un cocktail serale al Signum. La vedo all’improvviso. Quasi non la riconosco, mi spavento per il suo aspetto e forse lei se ne accorge. Appena una stretta di mano e due parole di saluto, anche perché lei è in conversazione con altre persone. Poi la vedo andare via sorreggendosi con il suo bastone e al braccio di una persona che l’accompagna. Voglio chiarire che io sono senz’altro una delle persone meno assidue nella frequentazione e più lontane nelle amicizie di Clara Rametta. La incontravo e parlavo con lei solo nei giorni del Fest. Ho bazzicato la fantastica Spa dell’Hotel, e qualche pomeriggio ho sorseggiato un caffè sotto il famoso albero del terrazzo insieme a Elizabeth Lush, Santino Rossello e altre sue amicizie. L’ho incontrata diverse volte anche quando veniva a Roma, in missione per i suoi progetti, e poi anche per gli incarichi istituzionali. Memorabile la serata voluta proprio a Roma da Clara Rametta nella Galleria d’Arte di Simona Marchini La Nuova Pesa, in Via del Corso, nell’autunno del 2014, per la mostra su Massimo Troisi, allestita da Lorenzo Baraldi e Gianna Gissi, lui scenografo, lei costumista nel film Il Postino, girato in parte a Salina, località Pollara. Pigiati fino all’inverosimile dentro ogni sala della galleria con i musicisti di Renzo Arbore che suonavano, il sosia di Massimo Troisi che raccontava e numerosi altri personaggi dello spettacolo. Mi disse che quando studiava all’Università La Sapienza di Roma veniva spesso al Cinema Farnese, con il quale collaboro, a vedere i film in inglese per imparare a parlare meglio la lingua.
Che io però fossi tra gli ultimi, se non addirittura proprio l’ultimo, il più lontano nell’amicizia con Clara conta davvero poco, anzi nulla. Perché la vicinanza, immediata, istantanea, fatta persona era lei stessa. No, scusate: è ancora lei, perché fuori dallo spazio e dal tempo. Non si dà Clara senza il suo essere vicinanza non mediata, prossimità esistenziale interiore. Ossia, tu percepisci fulmineamente la sua sensibilità, intelligenza, tenacia, forza. E questo ti resta dentro davvero come un sigillo, un signum. Quando la rincontri un anno dopo, o anche più, si riattiva questo segno luminoso, questa traccia intima indelebile, come fosse passato neanche un solo istante. Negli ultimi tre anni la vedevo ogni volta più provata, glielo dicevo sottovoce, ma lei neanche mi rispondeva, mai un accenno, un lamento.
Perché la relazione con lei è con la luce dentro. La sua e quella che fa baluginare, che fa riemergere dentro di te. Come una stella dentro, che a tratti si affievolisce, scompare nelle volute del buio intimo più profondo, ma che ormai tu sai che riapparirà. E proprio perché non è mai totalmente esplorabile, conoscibile l’universo infinito che è il nostro stesso esserci, che si dà quella luce che non ti fa smarrire dentro.
Il linguaggio bisogna considerarlo molto seriamente. Quando afferma che Clara scompare, non sta dicendo che non c’è, che non esiste più. Ma soltanto che non appare più come prima. Ci sono così tante cose sulla Terra e nell’intero cosmo di quelle che noi riusciamo a immaginare che non appaiono ma ci sono, continuano a esserci. Lo dice anche Shakespeare in quel famoso passo in cui Amleto si rivolge a Orazio. D’altronde come può cessare di esistere un’intelligenza? L’intelligenza è una materia? E quale? No, è il contrario: senza l’intelligenza la materia non riuscirebbe proprio a costituirsi. Anche la materia di un sasso, di un granello di sabbia, non riuscirebbe a esistere senza l’interiorità di quell’intelligenza chimico-fisica, minerale, matematica che li rende quelli che sono. Come potrebbe allora smettere di esistere, finire nel nulla quella di Clara, la sua luce di non smarrimento dentro? Continuare a identificare con la mera materia l’essere, non è da materialisti, ma è soltanto da nichilisti, fideisti, oltranzisti del nulla.
Ho letto che chi è stato molto vicino a Clara Rametta deve ora proporsi di dire, pensare, fare una cosa come l’avesse detta, pensata, fatta Clara. Io non potrei riuscirci, sicuramente perché sono la persona più remota tra le sue conoscenze e amicizie. Innescare tramite la propria, una luce in un altro essere, non significa che quelle due luci sono identiche. Significa, però, che esse sono una nell’altra, non alla superficie, ma nell’intimità universale infinita, ossia non finita. Unicamente questo, dunque, posso testimoniare: che dirò, penserò, farò cose non come se, ma proprio con Clara vicina, luminosa dentro di me.
Riccardo Tavani
La redazione di Stampa Critica è vicina alla famiglia e a tutta la comunità isolana.

