LA CANZONE CHE EDUCA: FABRIZIO DE ANDRE’
Due anni fa ho avuto la fortuna di concludere il mio ultimo ciclo di studi in Scienze dell’Educazione presso l’IPU (sede aggregata della Tuscia dell’Università Pontificia Salesiana di Roma) con una tesi su Fabrizio De Andrè. Uso il termine “fortuna”, in quanto non capita così spesso di avere l’opportunità di scrivere una tesi di laurea magistrale a partire da un argomento apparentemente lontano dai canoni accademici richiesti.
In realtà, chi si occupa di educazione sa bene che non esistono spazi di conoscenza impraticabili in questo campo e che ogni strada è potenzialmente percorribile proprio perché la dimensione epistemologica della pedagogia è talmente ampia e poliedrica da riuscire ad abbracciare qualsiasi tema che riguardi l’esperienza umana, compreso il mondo della produzione artistica, dalla letteratura alla poesia, dal teatro al cinema, dalle arti visive e musicali, fino alla canzone d’autore. Allo stesso modo la prassi educativa acquisisce forza propulsiva ogniqualvolta riesce a spingersi oltre i consueti orizzonti pedagogici assolvendo in pieno la sua funzione maieutica quando si propone di scavare l’inesplorato per estrarre tesori anche laddove, apparentemente non c’è nulla di prezioso. In questo senso il compito della pedagogia, che è quello di studiare l’educazione umana in tutte le sue forme e dimensioni, si espleta anche nell’intercettare e nel “di-svelare”nuove forme significanti all’interno delle immagini evocate dalle opere d’arte divenendo così, a tutti gli effetti, una “pedagogia visuale” capace di scoprire o ri-scoprire contenuti educativi altrimenti preclusi.
Come sostiene Duccio Demetrio, noi pensiamo per storie. “Il bambino grazie alla fiaba, alle semplici storie che ascolta in famiglia, ai ricordi dei grandi che lo colpiscono, viene educato nella vita quotidiana della sua infanzia”.1 È attraverso questi costrutti mentali che impariamo a pensare. È attraverso i significati e le immagini che sappiamo trattenere nella nostra mente in costruzione che impariamo a comporre il complesso mosaico della nostra esistenza e, con esso, sulla base delle sollecitazioni emotive che quelle stesse storie hanno suscitato, sperimentiamo la disponibilità ad aprirci o meno, alle esistenze dei nostri simili. Non sempre, dunque, siamo disposti ad aprirci al mondo, seppur il mondo si apra sempre al nostro sguardo.2 È il singolo individuo che sceglie se accogliere o ignorare quanto gli viene suggerito dall’esterno, ma è compito dell’educazione e degli educatori agitare quello sguardo, mettendosi in gioco con tutti gli strumenti possibili. Nelle mani di un educatore, la canzone diviene così uno strumento per accendere uno sguardo; una “lira” per “sforzare il mondo ad esistere”3 attorno a nuovi significati che la relazione educativa insegna a costruire.
L’idea di scrivere una tesi di laurea sui testi delle canzoni di Fabrizio De André nasce proprio da questa visione e dalla convinzione, alimentata dal tempo e dall’esperienza professionale, che attraverso le canzoni, come cantava Francesco Guccini ne “L’avvelenata”4 si possa, “non tanto far rivoluzioni”, ma “almeno far poesia” e, attraverso questa, si possa poi pensare di fare educazione.
Far poesia in chiave pedagogica con le canzoni di Fabrizio De André vuol dire educare alla bellezza dei significati nascosti nei suoi versi (dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior5), alla comprensione dei messaggi valoriali che fanno da sfondo ai suoi racconti melodici (nella pietà che non cede al rancore madre ho trovato l’amore6) e ad accogliere nel modo giusto le emozioni evocate dalle immagini musicali per trasformarle in strumenti in grado di rimodellare il nostro sguardo liberandolo dalla parzialità del giudizio nei confronti dell’altro diverso da noi (ma versò il vino e spezzò il pane per chi diceva ho sete e ho fame7).
Significa dare pieno riconoscimento a “quella goccia di splendore, di umanità”8 che appartiene ai corpi e ai visi dimenticati dei vari personaggi raccontati, dichiarare la propria intenzione di stare dalla parte degli ultimi ospitando nel profondo la loro sofferenza che va ben oltre il tempo e lo spazio di un pentagramma o di un ritornello musicale. Significa elevare un prodotto artistico, che già di per sé ha una propria dignità letteraria e musicale, a vero e proprio dispositivo pedagogico in grado di risvegliare coscienze ed abbattere muri e resistenze di pensiero.
Analizzare le canzoni di Fabrizio De André pertanto è un’operazione complessa, che va oltre il piacere del semplice ascolto. Entrare, con la giusta chiave di comprensione, nel cuore delle vicende e delle vite dei personaggi cantati, costituisce un’occasione unica di conoscenza e di bellezza che non si esaurisce nel solo fatto estetico-musicale, ma che si apre a ulteriori spazi di ragionamento che riguardano l’uomo e la società. Come sostiene Doriano Fasoli, l’opera di De André “è una sorta di commedia umana in cui è depositaria una chiave di lettura dei comportamenti, dei desideri, di certi archetipi emotivi dell’uomo”9 che merita di essere esplorata sotto molteplici punti di vista attraverso uno sguardo trasversale che sappia coglierne la profondità fino a rivelarne la sostanza, che è densa di contenuti rilevanti anche sotto un profilo pedagogico e sociale.
A partire dall’analisi dei tòpoi letterari che caratterizzano la struttura narrativa delle sue opere, ci si accorge che i motivi ricorrenti, pur ruotando attorno ad alcuni temi specifici, quali la giustizia, il potere, l’amore, la guerra e la morte, hanno la singolarità di fare continuo rifermento ad un’unica categoria che rappresenta l’elemento fondante del suo impianto narrativo: il “diritto alla diversità”, che per De André equivale, al “diritto di somigliare a se stessi”10.
Quelle di Fabrizio De André sono “canzoni che educano”, perché come i denti di un aratro, hanno la forza di capovolgere le zolle di pensiero sedimentate nella società e di frantumare la pietra sterile del pregiudizio e delle verità prestabilite, disegnando nuove linee di paesaggio e nuove mappe di significato. Come sassi taglienti da scagliare contro le ingiustizie ed il potere hanno la capacità di generare ampi centri concentrici nell’oceano delle nostre esistenze perché, se è vero, come cantava Lucio Dalla, che “il pensiero come l’oceano non lo puoi bloccare, non lo puoi recintare”11 allora il primo dovere di un educatore è provare a trasformare quel pensiero contaminandolo di contenuti imprescindibili per “l’affermazione dell’umano” quali la compassione, il rispetto per i più deboli, la giustizia, la pace, la libertà.
Quella di De André è una “canzone che educa”, in quanto insegna la civiltà, perché, come ci ricorda Tzvetan Todorov, “è civilizzato, sempre e comunque chi sa riconoscere l’umanità negli altri. Per giungere a questa condizione bisogna superare due tappe: nel corso della prima scopriamo che gli altri hanno modi di vivere differenti dai nostri; nel corso della seconda accettiamo di vederli portatori della nostra stessa umanità”.12
Per questo motivo, come scrive Luigi Pestalozza, la canzone di Fabrizio De André è pedagogica, in quanto formatrice di una nuova coscienza che non prevede disuguaglianze all’interno dei rapporti umani, ‟perché al centro del suo discorso c’è sempre l’altro, che poi è il mondo degli uomini reali da scoprire, cantare, infine affermare”.13
Con le sue canzoni, Fabrizio De André ci ha lasciato in eredità un immenso patrimonio didattico, oltre che artistico, attraverso il quale è possibile insegnare e promuovere processi di alfabetizzazione e di coscientizzazione assolvendo così, seppur forse involontariamente, ad un compito che è proprio dell’educazione: quello di far uscire dallo stato di minorità tutti gli oppressi,
Se, come sostiene Paulo Freire, alfabetizzare non è soltanto “impare a leggere e a scrivere ma è ancor di più ascoltare, parlare, gridare, fino a a far sentire la voce di un mondo umiliato e offeso, il dolore di un’umanità sofferente”,14 allora le storie raccontate da Fabrizio De André diventano a tutti gli effetti potenti strumenti educativi a sostegno di una pedagogia della liberazione e delle differenze.
Ascoltare oggi De André, ci permette di intraprendere un viaggio letterario e musicale fra le pieghe più nascoste della società. Un viaggio che diventa esperienza, sviluppa conoscenza e matura competenza sociale consentendoci, da un lato, di imparare a sospendere il giudizio verso chi non è omologato e sceglie di viaggiare “in direzione ostinata e contraria”,15 e, dall’altro, di comprendere che le ferite, come sostiene Maria Zambrano,16 non sono soltanto delle lacerazioni della carne che provocano dolore, ma anche delle feritoie attraverso cui passa la luce del cambiamento e della verità, se impariamo a riconoscerle non solo come tali. Ed è proprio a partire dalle ferite degli ultimi, dei più fragili, richiamate nell’ascolto attento di una semplice canzone, che possiamo riconoscere le nostre ferite, chiamarle per nome e sviluppare il desiderio della scoperta dell’incontro con l’altro.
Prof. Alberto Giovannini
1 DEMETRIO D., Educare è narrare. Le teorie, le pratiche. La cura, Mimesis, Milano, 2012, p. 29.
2 LOPEZ A. G., Il “punto di vista” e i marginali. Per una educazione alle differenze, in Bollettino della Fondazione “VitoFazio-Allmayer”, Pedagogia delle differenze, LI, 1, Fondazione Nazionale Vito Fazio-Allmeyer, Palermo, 2022, pp. 115-128.
3 Traggo l‘espressione da Gabriele D’Annunzio, che scrive “Sol degno è che parli innanzi alla notte chi sforza il Mondo a esistere e magnificato rafferma nelle sue lotte e l’esalta su la sua lira.” D’ANNUNZIO G., Maia, Laus vitae. Laudi del cielo del mare e della terra degli eroi, Libro primo, L’oleandro, Roma, 1935, p. 47.
4 “Voi critici, voi personaggi austeri, militanti severi, chiedo scusa a vossìa, però non ho mai detto che a canzoni si fan rivoluzioni, si possa far poesia” in GUCCINI F., L’Avvelenata, dall’album Via Paolo Fabbri 43, EMI, Londra, 1976.
5 DE ANDRÉ F., Via del campo, dall’album Volume 1, Bluebell Records, Milano, 1967.
6 DE ANDRÉ F., Il testamento di Tito, dall’album La buona novella, Ricordi, Milano, 1971.
7 DE ANDRÉ F., Il pescatore, singolo discografico, Liberty Records, Milano, 1970.
8 DE ANDRÉ F., Smisurata Preghiera, dall‘album Anime Salve, BMG Ricordi, Milano,1996.
9 FASOLI D., Fabrizio De André. La cattiva strada da Carlo Martello a Don Raffae’, Edizioni Associate, Roma, 1995, pp. 61-62.
10 “Io penso che queste persone o questi gruppi di persone (gli emarginati, gli zingari n.d.r) difendendo il loro diritto a somigliare a se stessi difendono soprattutto la loro libertà quindi io penso che Anime Salve sia un disco soprattutto sulle libertà.”, in Fabrizio De André parla di Anime Salve, in https://www.youtube.com/watch?v=uBDO1aZ5-DI&t=274s.
11 DALLA L., Come è profondo il mare, dall’album Come è profondo il mare, RCA italiana, Roma,1977.
12 TODOROV T., La paura dei barbari. Oltre lo scontro delle civiltà, Garzanti, Milano, 2000, pp. 35-36.
13 BIGONI B., GIUFFRIDA R., Fabrizio De Andrè. Accordi eretici. La nave di Teseo, Milano, 2021, pp. 169-170.
14 Ibidem.
15 DE ANDRÉ F., Smisurata Preghiera, in Anime Salve, cit., p. 2.
16“ Una ferita aperta è ciò che ogni uomo, in quanto tale, ha in sé fin dalla nascita, anche se di solito cerca di occultarla o di tenerla chiusa ad ogni costo. È la ferita che non concede all’uomo di chiudersi nel suo “essere” già costituito e che lo mantiene aperto alla verità: giacché la verità, prima di lasciarsi conoscere, ferisce. È la verità attraverso la quale respira l’anima, insaziabile, e dove si raccoglie il suo alito. Ogni creazione dell’uomo germoglia da quella ferita.“ in ZAMBRANO M., Per abitare l’esilio. Scritti italiani, Le Lettere, Firenze 2006, pp. 167-168.

