La lotta di Aisha e delle donne d’Africa per la terra che coltivano
In un pomeriggio polveroso nello Stato di Benue, in Nigeria, Aisha Usma è inginocchiata nel suo campo di ignami, con le mani incrostate di terra secca e friabile. Alza lo sguardo verso il cielo senza nuvole, alla ricerca di una pioggia che non arriva mai. «La pioggia non cade più come una volta», dice, spazzando via lo sporco dalla gonna. «Senza pioggia, non possiamo raccogliere ignami di buona qualità. Stiamo facendo fatica». La lotta di Aisha è condivisa da milioni di donne in tutta l’Africa, le mani invisibili che coltivano fino all’80% del cibo del continente. Eppure, nonostante il loro ruolo fondamentale, le donne possiedono meno del 15% della terra. È una crudele ironia: le persone maggiormente responsabili di nutrire l’Africa sono spesso quelle con meno potere di controllare la terra su cui lavorano. E con l’accelerazione dei cambiamenti climatici, questa iniquità sta diventando ancora più pericolosa.
In Kenya, Tanzania, Nigeria e in altri Paesi, le contadine devono affrontare una triplice minaccia: condizioni meteorologiche irregolari, crescente insicurezza e barriere sistemiche alla proprietà della terra.
Solo in Kenya, 5,4 milioni di persone sono a rischio di fame a causa di siccità e inondazioni incessanti. Nel frattempo, le contadine come Aisha non solo stanno combattendo la siccità, ma anche l’aumento della violenza e gli sfollamenti. Quando le piogge non arrivano, sono le donne che camminano per chilometri in cerca di cibo e acqua per la famiglia.
Al centro della crisi c’è la terra: chi la possiede, chi la controlla e chi ne è escluso. «La terra è una parte importante del problema», afferma Felista Makini, vicedirettrice generale per le colture presso l’Organizzazione per la ricerca agricola e zootecnica del Kenya (KALRO). «Se le donne non possono possedere la terra, non possono nemmeno controllare la produzione, adattarsi ai cambiamenti climatici o nutrire le comunità».
Il legame è chiaro: le ricerche dimostrano che garantire alle donne diritti fondiari aumenta la resa agricola del 20-30%, riduce l’insicurezza alimentare e rafforza la resilienza agli choc climatici (fonte FAO).
Tuttavia, in molti Paesi africani, usanze obsolete e lacune giuridiche continuano a impedire alle donne di possedere la terra a titolo definitivo. In Tanzania, le donne Maasai sono state a lungo escluse dalla gestione del bestiame, tradizionalmente considerata un dominio maschile. Ma queste antiche barriere stanno iniziando a incrinarsi, grazie alle donne che si rifiutano di attendere oltre.
Happy Longei ricorda quando alle donne Maasai era richiesto di rimanere in silenzio nelle discussioni sulla terra e sul bestiame. Oggi fa parte della Cooperativa Nareto, un’iniziativa guidata da donne che sta riscrivendo le regole. «Dicevano che le donne non potevano gestire le mucche o le attività legate al latte – dice Happy, con un sorriso di sfida -. Abbiamo dimostrato che si sbagliavano». Attraverso la cooperativa, le donne Maasai si sono assicurate pascoli comuni, hanno costruito centri di raccolta del latte e si sono diversificate nell’apicoltura e nelle casse di risparmio dei villaggi (Vicoba). Con il reddito ricavato, mandano le loro figlie a scuola.
Nel frattempo, nelle pianure aride della Nigeria settentrionale, Aisha e altri coltivatori di ignami stanno combattendo su due fronti: adattarsi al clima instabile e chiedere contratti di affitto sicuri ai governanti tradizionali. Stanno costruendo sistemi di raccolta dell’acqua piovana, diversificando le colture e piantando ignami resistenti alla siccità. Certo, per coltivare meglio, avrebbero bisogno di aiuto e sostegno, hanno necessità di semi, trattori e pace.
In Senegal, donne come Fatimata Sall credono che la resilienza inizi con la sicurezza della proprietà terriera. «Se avessi della terra per coltivare foraggio, la mia vita sarebbe molto diversa», afferma, immaginando le donne come motori di una crescita sostenibile piuttosto che semplici sopravvissute.
Attiviste come Aïda Cissé della Rete Nazionale delle Donne Rurali stanno spingendo per l’introduzione di quote legislative che assegnino una percentuale fissa di terra alle donne. Il successo del Ruanda, con la titolarità congiunta della terra, che ha consentito alle donne di guidare un’agricoltura climaticamente intelligente, offre un modello. «La consapevolezza è migliorata», osserva Cissé. Garantire i diritti delle donne sulla terra consentirebbe di investire nel ripristino del suolo, in un migliore adattamento alla siccità e nella crescita sostenibile del bestiame, rafforzando la sicurezza alimentare e costruendo un Senegal più resiliente e prospero. Nella città costiera senegalese di Kayar, le donne che praticano l’agricoltura biologica stanno dimostrando che piccoli appezzamenti di terreno, se coltivati correttamente, possono produrre non solo cibo ma anche opportunità. I loro prodotti riempiono i mercati locali, pagano le tasse scolastiche e mantengono le famiglie, il tutto mentre rivitalizzano la terra.
Il cambiamento sta germogliando non solo nei campi, ma anche nei teatri e nelle piazze. In Malawi, gruppi artistici utilizzano la danza e il teatro per stimolare il dibattito sui diritti delle donne alla terra. I loro slogan – “La mia terra, il mio diritto” – sono accattivanti, audaci e potenti, e alimentano discussioni che un tempo sembravano tabù.
In tutta l’Africa, storie di successo come queste si stanno moltiplicando, sfidando le narrazioni obsolete sulle donne e la terra. Perché quando le donne possiedono la terra, coltivano più del semplice cibo: coltivano sicurezza, opportunità e dignità.
Ma una vera trasformazione richiede più che nuove leggi. Richiede un cambiamento di mentalità, lo smantellamento delle tradizioni patriarcali e investimenti diretti nelle donne contadine come agenti di cambiamento. Perché quando le donne controllano la terra, il raccolto sfama tutti.
Date loro gli strumenti e coltiveranno il futuro!
Stefania Lastoria

