Infanzia: nascere e crescere direttamente all’inferno
Shafi, un bambino di quattro anni, e sua sorella Somira, di nove anni, in fuga dal campo profughi Rohingya, in Bangladesh verso la Malesia, dove li aspetta uno zio materno. È Lost Land, Terra perduta, il film di Akio Fujimoto, presentato all’ultima Mostra del Cinema di Venezia 2025. Nonostante il bambino – da solo, senza la sorella – riesca a raggiungere la capitale malesiana di Kuala Lumpur, e sia momentaneamente ospitato dalla famiglia della donna che ha incontrato e lo ha salvato, non riesce a dormire la prima notte tra quattro pareti sicure. Si alza e si rimette per strada, a camminare senza meta e speranza. Forse alla ricerca della sorella, di cui gli manca il dolce, rassicurante abbraccio notturno, pur tra l’incertezza e la paura di una boscaglia ignota e piena di pericoli. La terra, la casa, la tenerezza; ogni terra, casa, amorevolezza, la normale crescita stessa sono definitivamente perdute: ad appena quattro anni. Già il grande fotografo Sebastião Salgado – dopo aver girato e fotografato ogni latitudine planetaria –, nel film del 2014 Il Sale della Terra, a lui dedicato dal regista tedesco Wim Wenders, trae questa conclusione: “Abbiamo ormai ridotto il mondo a puro inferno. Non c’è più speranza, non abbiamo più il diritto di abitarlo.
Ammonta ormai a mezzo miliardo il numero di bambine e bambine che vengono e crescono, non alla luce, ma alle fiamme e ai fumi neri, tossici del mondo. Una cifra mai raggiunta neanche durante la Seconda Guerra Mondiale, che ebbe luogo sul pianeta dal 1939 al 1945. Conflitti bellici, disastri ambientali, fame, sete, malattie, privazione di cura e sevizi igienici basilari, migrazioni forzate sono gli attuali gironi dell’inferno in cui bambine e bambini aprono gli occhi, li riempiono d’orrore, rovesciandoseli sotto la pelle, dentro il midollo osseo, nell’anima, nel linguaggio e nel pensiero, nella coscienza e nell’inconscio, per tutto il loro, sì anche quello – futuro perduto. Non possiamo, infatti, davvero pensare che una tale massa di atroce sofferenza, non graviti e non deformi, come un vero e proprio pianeta interno, anche lo spazio-tempo delle coscienze dell’infanzia apparentemente indenne del primo mondo benestante
Che umanità del domani può scaturire da questo venire al mondo suggendo più strazio e macerie che latte materno; più bombe e marce forzate che affetto e carezze; più inondazioni o siccità che giochi nell’erba, sotto gli alberi, su una spiaggia o tra la neve, la bellezza dei paesaggi e delle città? Scrive il poeta spagnolo Antonio Machado nella poesia Se io fossi un poeta galante, dedicata a sua madre, a ogni madre; “… hanno i vostri occhi/ la calma buona luce,/ luce del mondo in fiore, che un mattino/ ho visto dalle braccia di mia madre”. Quale occhi materni e figliali potranno più riflettere e i ricevere la luce del mondo in fiore, se mondo e fiori sono ormai soltanto del male? In nn mondo sempre più basato sul delirio di potenza, forza, prepotenza l’infanzia non può che essere la vittima designata di tale follia politica e tecnica. La forza – per proclamarsi e confermarsi costantemente tale erga omnes – ha uno spasmodico bisogno vitale di una debolezza da schiacciare. E cosa c’è di più debole, senza alcuna difesa fisica, intellettuale e psichica, o possibilità di reazione che l’infanzia? Essa è il vertice vivente, allo stesso tempo concreto e simbolico, di tutte le altre debolezze che l’umana follia di potenza schiaccia. La natura stessa, nella sua apparente inerzia ad essere estratta, sfruttata, distrutta, manifesta sempre più spesso la sua immane forza di reazione. L’infanzia no. Essa è davvero l’agnello sacrificale dell’osceno pranzo del potere. E mai come nel nostro presente, nel quale è ridotta alla miseria, alla fame e alla sete più nere, fisiche e spirituali.La precedente espressione, I fiori del male, è un esplicito riferimento all’opera del grande poeta francese Charles Baudelaire (1821-1867). In questa raccolta di liriche il poeta compie un esodo, consistente nella trasmigrazione interiore dal fior fiore dei peggiori mali umani da cui è completamente avvolto alla bellezza artistica dei suoi versi. Di fronte al declino distruttivo e irreversibile della politica, della democrazia, alle devastazioni dell’economia, un esodo di questo tipo si mostra come necessario. Si tratta – soprattutto attraverso proprio l’arte – di attingere a valori inediti, sprofondanti nel sottosuolo dell’esistenza, del suo significato più abissalmente autentico, per rintracciare le parole e il pensiero che svelano uno sguardo nuovo, necessario a intraprendere un esodo dall’attuale inferno a una terra d’infanzia e d’arte diversamente umana.
Riccardo Tavani

