Rosario Giaccone, ucciso per aver fatto il suo dovere
Palermo, 17 novembre 1986. È un lunedì di pioggia, di quella pioggia sottile che non pulisce le strade ma le rende solo più lucide e scivolose. In via Verga, nel quartiere Albergheria, c’è un uomo che sta salendo sulla sua macchina. Si chiama Rosario Pietro Giaccone, ha trent’anni e fa il carabiniere. O meglio, lo faceva, perché da qualche tempo è in congedo.
Ma la storia di Rosario non comincia quel lunedì. Comincia sei anni prima, nel 1980.
Provate a immaginarlo. C’è un ufficio postale, ci sono tre uomini che entrano per fare una rapina e c’è un giovane carabiniere che non si gira dall’altra parte. C’è un conflitto a fuoco. Rosario spara, colpisce uno dei rapinatori e lo uccide. Quel ragazzo morto appartiene a una famiglia che a Palermo conta molto. È il nipote di un boss.
In quel momento, senza saperlo, Rosario ha appena firmato un contratto invisibile. Perché in certi quartieri, in certi anni, la giustizia dello Stato non è l’unica che corre per le strade. Esiste un’altra giustizia, parallela e terribile, che non dimentica. Mai.
Passano gli anni. Rosario si sposa, prova a farsi una vita normale, lascia la divisa. Forse pensa che il tempo abbia sbiadito i ricordi, che quel conflitto a fuoco sia diventato solo un faldone polveroso in un archivio. Ma Palermo è una città che sa aspettare. La vendetta, per chi vive seguendo codici d’onore distorti, è un debito che non va in prescrizione.
Quella mattina di novembre, via Verga è una trappola silenziosa. Rosario entra nella sua auto, chiude la portiera. È un gesto che facciamo tutti, migliaia di volte. È il gesto di chi sta andando al lavoro, di chi ha dei programmi per la cena, di chi pensa al futuro. Invece il futuro, per lui, si ferma lì.
I killer arrivano veloci. Non ci sono discorsi, non ci sono spiegazioni. Solo il rumore secco dei colpi che rompono il silenzio della pioggia. Rosario muore così, dentro un’auto che diventa il suo sudario, colpito da chi ha aspettato sei anni per pareggiare i conti di una rapina andata male.
La cosa che fa più male, in questa storia, è la solitudine. Rosario Pietro Giaccone non è morto per un’indagine eroica o per un segreto di Stato. È morto perché ha fatto il suo dovere in un pomeriggio qualunque del 1980. È morto perché la mafia non accetta che un uomo in divisa possa difendere la legge se questo significa toccare uno dei loro.
Quando i colleghi arrivano sul posto, trovano un uomo che sembra quasi dormire sul volante. Non ci sono grandi misteri da risolvere, la firma è chiara, scritta nel sangue e nell’attesa. È la cronaca di una vendetta annunciata, una di quelle storie che ti lasciano con l’amaro in bocca perché ti accorgi che, a volte, fare la cosa giusta ha un prezzo che nessuno dovrebbe essere costretto a pagare.
Rosario è rimasto solo in quella via, tra i palazzi popolari e l’odore di fumo delle case. Un uomo normale, un carabiniere che aveva smesso di esserlo ma che per i suoi assassini lo sarebbe stato per sempre. Una vittima dimenticata per troppo tempo, che ci ricorda quanto può essere buio il cuore di certe strade.
di Eligio Scatolini e Giuliana Sforza

