Cine-pillole dei Giorni della Merla 2026

Giulio Regeni – Tutto il male del mondo. Un film atteso da molto tempo, finalmente sugli schermi: e molto ben realizzato. Insieme a suo marito Claudio Regeni e all’avvocata Alessandra Ballerini, Paola Deffendi, la madre di Giulio, l’altra sera al Cinema Sacher, era insieme a Nanni Moretti, al regista e ai due sceneggiatori del film. Ci ha tenuto a precisare che si tratta di un documentario, intendendo che non si tratta di finzione filmica, ma di verità sulla vicenda e sulla figura reale di puro ricercatore universitario di Giulio Regeni. Allo stesso tempo ci sentiamo di dire che si tratta di un film di autentica e alta qualità cinematografica formale e non solo di contenuto. Perché è proprio nella cifra della forma squisitamente cinematografica che si sedimenta l’autenticità valoriale del suo contenuto. Fin dall’inizio gli autori ci restituiscono Il Cairo, attraverso ampie vedute e riprese con le sue luci notturne, che ci danno in senso della vastità ed enigmaticità della città, come metafora della dimensione reale e allo stesso tempo perturbante dello scenario in cui il 3 febbraio 2016 si consuma la tragedia di Giulio e ancora ne nasconde, ne nega pervicacemente la verità. Altre immagini non solo di repertorio, ma anche dal vivo di telefonini, con riprese sghembe di Giulio che rafforzano l’ineffabile senso di cronaca dell’inquietudine. Come se le ultime immagini sgranata di quel volto, rappresentassero quelle del suo fantasma che si aggira ancora tra quelle notturne strade cairote. Il regista Simone Manetti e i due sceneggiatori Emanuele Cava e Matteo Billi riassumono, sintetizzando con forza e lucidità espositiva, i punti cardinali della vicenda, collocandola sullo sfondo dei cruciali avvenimenti politici avvenuti in quegli anni in Egitto, dalla rivolta nel 2011 di Piazza Tahrjr, alla caduta del presidente Mubarak. Anche per chi ha seguito e si è appassionato alla vicenda di Giulio Regeni, il documentario offre un quadro prezioso del percorso realizzato e di quello ancora da compiere. Immancabile per tutte le persone che sentono ancora vivo sulla pelle lo strazio per questo nostro ragazzo di cielo, brutalmente torturato, assassinato e scaraventato di notte tra i calcinacci e la sporcizia della periferia del Cairo. Ma soprattutto nel baratro dei pensieri atroci e ciechi dei suoi assassini.  DistribuzioneFandango. Durata 105 minuti.
L’agente segreto. Storia di mezzo secolo fa: ossia attuale nel mondo di oggi. Un prof, prima di filarsela via dal Brasile sotto la dittatura militare detta dei gorilla, con il nome falso nome di Marcelo torna dal figlio e dalla madre nella città natale, Recife. Questa è la città anche del regista Kleber Mendonça Filho, che vi torna per ricostruire in notevole stile cinematografico e narrativo il clima di brutale violenza e sopruso in cui lui stesso è cresciuto. Atmosfera nella quale potevano emergere anche fatti d’orrore tragicomico come le ripetute  sparizioni e riapparizioni di una gamba tagliate. Il racconto non segue un ordine cronologico, ma è presentato come i capitoli di una ricerca che stanno svolgendo due studentesse di oggi per un archivio storico teso a scongiurare l’oblio su quei fatti e a mantenerne sempre attuale la memoria. Anche questa circostanza si rifà a un aspetto biografico del regista che è stato anche giornalista d’inchiesta. Migliore Regia, Migliore Attore Cannes 2025. Migliore Film Straniero, Migliore Attore Golden Globes 2025, e altri riconoscimenti internazionali. Filmclub Distribuzione. Durata 158 minuti.
La danza della realtà. La grande potenza scenico-immaginativa di Alejandro Jodorowsky nella ricostruzione della sua infanzia cilena. Sotto la ferrea e anche spietata educazione imposta da un padre stalinista tutto d’un pezzo, il regista ritesse le fila della sua infanzia in chiave di traslazione simbolico-surrealista, dove –  attorno a delle immagini di forte impatto poetico e cinematografico – si agglutinano i vari capitoli della sua crescita sullo sfondo di quelli politici, sociali, culturali e di costume del Cile degli anni ’30-40 del secolo scorso. Un giacimento di pietre preziose per i cinephile. A Roma solo all’Azzurro Scipioni, la storica sala del regista Silvano Agosti. Distribuzione Mescalito Film. Durata 113 minuti.
Marty Supreme. Già il titolo è un primo indizio: l’aggettivo Supreme che segue il nome proprio. Qual è la morale di questo film alla fine di 150 minuti di un isterico e istrionesco allungamento di brodo arruscato, affumicato? Eccola: combina tutti i casini che ti capitano e che ti fai capitare: truffe, furti, rapine, ricatti, menzogne. Scopati e metti in cinta chi vuoi; umiliati fino a farti prendere a violente racchettate da ping-pong nelle chiappe; sfracassati in tutti i disastri e anche ammazzamenti che puoi… L’importante è che alla fine tu vinca: soprattutto contro gli – asiatici. E poi che nel finale tu ritorni e rimanga attaccato – fino a piangere di commozione – ai tradizionali valori paternal-patri. Sui titoli e le immagini di testa va Young Forever, un pezzo degli Alfaville del 1984. Un paio di versi suonano così: ‘Praising our leaders, we′re getting in tune/ The music′s played by the, come on’, Lodando i nostri leader, stiamo entrando in sintonia/ La musica è suonata dai, andiamo. Finale che è la perfetta destinazione biologico-patriottica delle immagini iniziali. Distribuzione I Wonder Picture. Durata 149 minuti.
Una di famiglia. Dagli sviluppi simil-horror di una vicenda familiare a un racconto drammatico e di riscatto dall’attualità patriarcale. Millie viene assunta dalla famiglia benestante Winchester per fare da cameriera e tata della loro figlia unica Cecilia. Si accorge subito della inquietante stranezza della situazione, incarnata soprattutto da Nina, madre della bambina. Se ne va, ma è costretta a tornare, non solo perché ha bisogno di soldi, ma perché è in  libertà vigilata a causa di un grave reato che ha commesso e la perderebbe senza un lavoro. La vicenda si avvita progressivamente in gesta di follia di Nina e di sesso tra suo marito Andrew e Nina, ormai una di famiglia. Fino a che la ragazza rimane letalmente invischiata dentro una ragnatela più grande di lei, dietro la quale si cela qualcosa sì di inaspettato, ma legato a una dannazione molto più concretamente terrena che orrorifico extrasensoriale. 01 Distribution. Durata 131 minuti.
Sorry, Baby. Il dramma dello strupo reso in sguardo filmico originale. Agnes, lo subisce da parte del prof relatore della sua tesi, ma sullo schermo questo non viene mostrato. Ne vediamo le conseguenze in lei. Lui si dimette immediatamente la mattina successiva, ottenendo la cattedra che sapeva vacante in un’altra università americana. Così il suo ateneo non potrà in nessun modo agire contro di lui, appartenendo ormai a un’altra amministrazione. Per la brillantezza dei suoi studi e della sua tesi, è proprio Agnes a subentrare nell’incarico e nella stanza del suo stupratore. Ma – aldilà degli aspetti legali – come si sopravvive allo sconvolgimento che le rimane intatto, anzi le cresce dentro? Lydie, una sua amica che vive lontana e aspetta un bebè, va a vivere un periodo da lei. Offre ad Agnes la concrezione, l’alter ego, la proiezione esterna di sé stessa, per non smarrirsi nel marasma del proprio dialogo interiore. Il film così dipana i suoi fili e li rintreccia con tocco delicato ma efficace tra dramma, humor, denuncia sottile, ma non per questo meno forte del sistema istituzionale di protezione maschile. Non solo la regista Eva Victor, ma quasi tutto il cast anche tecnico del set è al femminile, con l’eccezione di Barry Jenknis, regista, qui nella veste di produttore. Distribuzione I Wonder Picture. Durata 103 minuti. 
Sentimental Value. Racconto meta-cinematografico su inautenticità dei sentimenti e verità dell’arte. Gustav, un famoso ma inattivo regista svedese torna in Norvegia per il funerale della sua ex moglie. Riappare così anche nella vita di Nora e Agnes le sue due figlie abbandonate. La prima è una casalinga spostata e madre di un bambino; l’altra attrice di teatro molto ansiosa ma in ascesa. È soprattutto a questa che Gustav è interessato. Ha scritto un copione che dovrebbero produrgli e vorrebbe che la figlia lo leggesse, perché intende affidarle a lei il ruolo della protagonista. Vorrebbe anche che il set del film fosse proprio la casa dove sì le due figlie vivevano con la madre, la quale, però, è di sua proprietà. Nora rifiutata fermamente la proposta paterna, tanto da respingere anche la lettura della sceneggiatura. Sente e dice a Gustav che non è tornato per autentico affetto dopo tanta lontananza, ma solo perché ha bisogno di lei, in quanto ormai attrice famosa non solo in Norvegia, per ottenere il finanziamento del film. Il padre non lo nega, ma allo stesso tempo insiste perché lei legga il copione. Gustav ottiene ugualmente il finanziamento, perché riesce a ingaggiare una celebre attrice americana, non del tutto adatta al ruolo, ma che vorrebbe fare un salto interpretativo per progredire nella carriera. La casa si trasforma così sia in set di due film: quello da girare, e quello della contrastata vicenda familiare che investe l’autenticità dei sentimenti tra padre e figlie. Alla fine, però, prima Agnes poi Nora leggono la sceneggiatura, scoprendo in essa qualcosa di autenticamente inaspettato e sorprendente. E capiamo che quello che abbiamo visto sullo schermo è proprio il film che Gustav sta realizzando con la sua famiglia. Distribuzione Lucky Red e Teodora Film. Durata 132 minuti.
di Riccardo Tavani
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