Marzo 1994: Mogadiscio non è una città come le altre
Mogadiscio non è una città come le altre. È un labirinto di polvere, lamiere e silenzi improvvisi. In quel marzo del 1994, il caldo ti si incolla addosso e non ti lascia respirare. Ilaria Alpi lo sa. È lì per raccontare una guerra che l’Italia sembra voler dimenticare, una di quelle storie sporche dove le armi si mescolano ai rifiuti tossici e il sangue ai soldi dei traffici internazionali.
Ilaria ha lo sguardo di chi non si accontenta delle versioni ufficiali. Accanto a lei c’è Miran Hrovatin, il fotografo, l’uomo che dà un corpo alle notizie. Miran non parla molto, osserva attraverso l’obiettivo. Sono appena tornati da Bosaso, nel nord della Somalia. Hanno visto qualcosa che non avrebbero dovuto vedere, hanno fatto domande che qualcuno ha considerato di troppo.
Domenica 20 marzo. Ore 14:48.
Una Toyota bianca si ferma davanti all’hotel Amana. Non è un appuntamento galante, non è una sosta per riposare. Un commando entra in azione. Sette persone, forse di più. Sanno chi cercare. Non vogliono i soldi, non vogliono l’auto. Puntano ai giornalisti. Pochi secondi, il rumore secco dei colpi di kalashnikov che rompe il ronzio del pomeriggio. Ilaria e Miran muoiono così, sul sedile posteriore di quella macchina, con i taccuini e le telecamere che diventano testimoni muti di un’esecuzione.
Perché sono morti?
È questa la domanda che resta sospesa nell’aria torbida della Somalia e che rimbalza nelle aule dei tribunali italiani per decenni. Si parla di navi cariche di veleni, di cooperazione deviata, di segreti che devono restare sepolti sotto la sabbia del deserto. Ma oltre i grandi complotti, ci sono due persone. C’è Ilaria, con la sua voglia di verità che è quasi una vocazione, e c’è Miran, con la sua professionalità silenziosa.
Per anni ci hanno raccontato una storia diversa. Hanno cercato di chiudere il caso parlando di un tentativo di rapimento finito male o di una vendetta di bande locali. Hanno persino condannato un innocente, Hashi Omar Hassan, rimasto in cella per diciassette anni prima di essere scagionato. Ma la verità è un’altra. Quello di Ilaria e Miran è stato un omicidio su commissione. Qualcuno ha dato l’ordine e qualcuno ha eseguito, per tappare la bocca a chi stava seguendo la pista dei rifiuti.
Oggi, se guardiamo le foto di Ilaria, vediamo una donna che non ha avuto paura di essere umana in un luogo che l’umanità l’aveva smarrita da tempo. Vediamo Miran che protegge la sua macchina fotografica come se fosse un pezzo della sua anima. Restano i misteri, restano i faldoni spariti e le testimonianze ritrattate. Ma resta soprattutto il loro esempio. Perché raccontare la realtà non è mai solo un mestiere, a volte è una scelta che si paga con la vita.
Una storia di ombre, di omissioni e di un coraggio che, nonostante tutto, continua a interrogarci.
di Eligio Scatolini e Giuliana Sforza

