Lo stadio dello specchio

“Il berretto a sonagli” – Teatro Quirino

3 marzo 2026

Assistere alla rappresentazione de “Il berretto a sonagli” di Luigi Pirandello significa inevitabilmente uscire dall’apparente protezione che il nostro ruolo di pubblico, passivo, sembra poterci dare.

La commedia, a tratti nerissima nei suoi snodi più crudeli, costringe infatti ad un esercizio di analisi interiore, facendo vacillare ogni quotidiana finzione.

Non sembra per nulla un caso che il termine “commedia” nasca proprio dal greco “komoidía”: “canto del corteo festivo”, “canto collettivo del villaggio”.

Nei villaggi pirandelliani, però, la comunità non canta, non gioisce; tutt’altro: osserva, scruta, giudica.

Fin dall’antichità, inoltre, il genere comico non ha mai voluto mostrarsi come semplice evasione: la commedia è esposizione pubblica della società, e con l’autore tutto ciò sembra declinarsi in amara consapevolezza.

L’intera vicenda ruota attorno all’enorme gelosia di Beatrice Fiorica, donna della media borghesia siciliana, sensibilmente interpretata da Nadia de Luca, convinta che il marito la tradisca con la moglie del suo scrivano, Ciampa.

Decisa a smascherare l’adultero e l’amante, ella denuncia la loro relazione grazie all’aiuto del delegato Spanò: l’azione però, anziché ristabilire un ordine morale, dà il via ad un meccanismo distruttivo.

Il dispiegarsi dell’intera vicenda sembra essere perfettamente condensato in un discorso che Ciampa rivolge alla signora Fiorica: ognuno di noi ha nel proprio animo tre corde, come quelle di un orologio o di uno strumento musicale… nella parte destra la corda seria, coincidente con la razionalità, la ragione; a sinistra la corda pazza, coinvolta negli impulsi più smoderati e fuori dalla norma sociale.

Al centro dell’animo vi è invece la corda civile, che ci permette di vivere in società, facendosi garante dell’equilibrio tra le due parti.

L’equilibrio dell’individuo consiste quindi nel saper far vibrare armonicamente le proprie corde: se una prevale o si spezza, l‘identità si incrina.

A questo proposito, assistendo allo spettacolo è inevitabile cogliere una sorprendente affinità con la successiva elaborazione psicoanalitica di Sigmund Freud, il quale distinguerà nella psiche tre istanze fondamentali: “Es”, “Io” e “Super-io”.

Se la corda pazza richiama la dimensione pulsionale e istintiva dell’ “Es”, e la corda seria sembra avvicinarsi alla funzione razionale dell’Io, la corda civile – custode della norma e delle convenzioni – appare  simile al Super-io, ossia a quella voce interiorizzata che impone il rispetto dell’ordine sociale.

Tuttavia, laddove Freud descrive un conflitto intrapsichico, interno all’individuo, Pirandello ci offre una lettura più teatrale e collettiva: l’equilibrio da mantenere è anche e soprattutto quello sociale, non solo psicologico.

Il Ciampa di Pirandello esce così dalla mera funzione di “attante comico”, divenendo un quasi analista della condizione umana: l’uomo è un campo di tensioni, e la società impone che la “corda civile” prevalga, anche a costo di soffocare le altre.

Quanto l’essere umano sia, di per sè, sede di forze interne e contrapposte è reso ancora più evidente nel finale, grazie alla sottilissima scelta del regista, Guglielmo Ferro, di far sollevare la parete che aveva funto da sfondo all’intero spettacolo, rivelandone una seconda, interamente ricoperta di specchi.

I personaggi vi si voltano quasi ipnotizzati, ripetendosi ad alta voce: “È per finta…”, come se l’unica via di sopravvivenza dallo scandalo causato dalla signora Fiorica fosse il rifugiarsi nella finzione condivisa.

Questa scelta scenografica richiama con forza lo “stadio dello specchio” teorizzato da Lacan: il bambino riesce a percepire sè stesso solo ed unicamente attraverso l’empirico contatto con la sua immagine riflessa, cioè mediante un’identità che esiste grazie ad un ente terzo, lo specchio.

Ne consegue, ovviamente, che l’Io nasca in condizioni di alienato riconoscimento, causando la successiva ed inesorabile frammentazione del soggetto.

Allo stesso modo i personaggi de “Il berretto a sonagli”, bloccati ed oppressi dalle convenzioni sociali della Sicilia del XX secolo, riconoscono sè stessi, o meglio il loro “pupo” (tutto ciò che vorrebbero essere, vogliono mostrare, il personaggio che interpretano), solo se visti e accettati dalla collettività.

Lo specchio in scena concretizza proprio questa dipendenza.

A più di cento anni dalla sua stesura, l’opera di Pirandello si presenta quindi come ancora spaventosamente contemporanea: in fondo, il “berretto a sonagli” è il simbolo degli sciocchi, dei buffoni, ed indossarlo è il destino di chiunque scelga di sopravvivere dentro le convenzioni, accettando di barattare la propria autenticità per una finzione socialmente tollerabile.

di Emanuele Caldarelli

 

 

 

 

 

 

Please follow and like us:
fb-share-icon
Wordpress Social Share Plugin powered by Ultimatelysocial
WhatsApp
YouTube
Copy link
URL has been copied successfully!