Vite a scadenza: quel filo sottile che tiene in piedi l’economia

Siete benvenuti. Entrate, accomodatevi. Ma fate attenzione a dove mettete i piedi, perché il terreno qui sotto è sottile, friabile. È come camminare su un foglio di carta velina steso sopra un abisso.

Oggi non parliamo di un delitto di sangue, di quelli con la scientifica e i nastri gialli. Parliamo di un delitto silenzioso, bianco, che non lascia tracce se non nelle occhiaie di chi si sveglia la mattina senza sapere se domani avrà ancora un posto dove andare. Parliamo del lavoro precario.

Cosa significa, davvero, lavoro precario? Se aprite un vocabolario, vi diranno che è qualcosa di non stabile. Ma la parola viene dal latino precarius, che significa ottenuto con la preghiera. Ecco il punto. È un lavoro concesso, quasi fosse un favore, una grazia ricevuta che può essere revocata in ogni istante. In Italia, questo concetto ha assunto forme strane, quasi geometriche. Contratti a termine, collaborazioni occasionali, somministrazioni, finte partite IVA. Un labirinto di sigle dietro cui si nascondono persone che vivono in una sala d’aspetto infinita.

In Italia la situazione è un paradosso vivente. Le statistiche ci dicono che i lavoratori con contratti non standard sono circa tre milioni, una cifra che continua a oscillare come il battito di un cuore spaventato. Rappresentano circa il 13 o 14 percento degli occupati totali. Ma i numeri, si sa, sono freddi. Non raccontano dei giovani che restano a casa con i genitori fino a trentacinque anni perché nessuna banca concede loro un mutuo con un contratto che scade tra tre mesi. Non raccontano della rinuncia a fare figli, a progettare, a esistere nel futuro.

C’è chi dice che la flessibilità sia un bene. Per le aziende, certo. Permette di adattarsi ai venti della crisi, di tagliare i costi quando il mare è mosso. È la velocità, la dinamicità del mercato globale. Ma per chi sta dall’altra parte? Lo svantaggio non è solo economico. È psicologico. È l’erosione della dignità. Il precario non ha ferie pagate allo stesso modo, non ha la certezza della malattia, non ha la protezione dei sindacati di una volta. È un soldato in prima linea senza corazza. Il vantaggio? Forse, e sottolineo forse, la possibilità di cambiare spesso, di imparare cose diverse. Ma provate a spiegare la bellezza del cambiamento a chi non sa come pagare l’affitto a novembre.

E poi c’è l’economia, quella con la E maiuscola. Quanto incide tutto questo sul nostro Prodotto Interno Lordo? È una domanda a doppio taglio. Se da un lato il lavoro flessibile permette a molte imprese di restare competitive e quindi di generare valore, dall’altro crea un buco nero nei consumi. Se non hai certezze, non spendi. Se non spendi, l’economia ristagna. È un circolo vizioso che morde la coda dell’intero Paese, frenando la crescita reale a favore di un risparmio immediato ma miope. La precarietà è una tassa invisibile che paghiamo tutti sulla nostra capacità di innovare.

In questa storia non c’è un colpevole unico da arrestare. È il sistema stesso che è diventato un noir. Siamo diventati una società che corre velocissimo ma resta ferma sullo stesso punto, come su un tapis roulant rotto.

Il lavoro dovrebbe essere il fondamento della Repubblica, lo dice anche la Costituzione, ricordate? Ma se il fondamento è precario, allora tutta la casa trema. Resta da capire se vogliamo continuare a costruire sulla sabbia o se, prima o poi, avremo il coraggio di tornare a poggiare i piedi sulla pietra.

di Eligo Scatolini e Giuliana Sforza

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