Canzoni corsare contro ogni discriminazione

“Io non ho alle mie spalle nessuna autorevolezza: se non quella che mi proviene paradossalmente dal non averla o dal non averla voluta: dall’essermi messo in condizione di non avere niente da perdere, e quindi di non essere fedele a nessun patto che non sia quello con il pubblico”. Da Scritti Corsari di Pier Paolo Pasolini, cioè l’esatta descrizione di un concerto, che nasce nelle retrovie pasoliniane della romanità, fatta di periferie, borgate ed emarginazione. Un concerto che canta la riscossa e la presa di coscienza di un mondo altrimenti, deliberatamente dimenticato. “Emo rifatto n’capolavoro”, si, Daniele Coccia Paifelman e Franco Pietropaoli, hanno rifatto n’capolavoro, dal vivo, da un palco che trascina il pubblico e lo conduce per mano a riprendersi la rivincita, con la vita, che li aveva cancellati.

Questo viene da pensare con il cuore che percepisce gli umori della sala, qui al Mayda di Monterotondo, il vero, unico tempio della canzone d’autore. Il locale per eccellenza, dove tutti si sentono a casa e cantano, e vivono momenti unici, irripetibili, trascinati da cantautori di livello talmente alto, da poterli definire la voce celestiale degli ultimi. Gli ultimi che si riprendono la speranza e la dignità di esistere.

Canzoni corsare contro ogni discriminazione. Roma accoglie tutti. Chi nasce a Roma è romano. Dai margini si alza un grido, una canzone, che abbraccia tutti, con la forza della riscossa e dona un sorriso alla vita. Daniele Coccia Paifelman e Franco Pietropaoli, al Mayda di Monterotondo, dove tutto accade e tutto può accadere, riscrivono la storia del cantautorato romano, alzando il pugno e la bandiera di un mondo fuori dal mondo, ma ricco di umanità. E lo fanno con passione, la stessa passione di un Cristo che sanguina sulla croce, per rimettere al centro della quotidianità, gli emarginati, gli esclusi, tutti coloro che per vivere, la vita la devono prendere a “mozzichi”.

In apertura un bravissimo Sancio, che ci ammalia con il vino delle sere, coinvolgendoci con le sue canzoni, accompagnato, in duo, da Daniele Coccia Paifelman, citando Califano, mentre cantano dimmi dove vai, per chiudere con Briciole e giganti. Un concerto pieno di sorprese, calorosamente accolte da un pubblico partecipe, che condivide ogni momento, ogni sillaba cantata. Un pubblico che esplode sulle parole di Brassens, citato e ricordato da Pietropaoli.

Una carrellata di successi, del Muro del Canto, ma anche di Petrolini, Johnny Cash fino a Rugantino e tanti altri. Una serata in cui l’evento principale sono gli eventi a sorpresa che si susseguono sul palco. Ed ecco salire Edoardo Petretti con la fisarmonica, e poi una seconda fisarmonica con Alessandro Marinelli, detto Fisa, in un tripudio di note, armonie, voci, e applausi. Il conformismo quotidiano, il pensiero unico, la follia della guerra, della arroganza, della violenza: concetti sociologici e politici che diventano evidenze fisiche, con la musica e i testi di Daniele e Franco, che trovano le parole di esprimere e rappresentare, le angosce ma anche le gioie, di un mondo che ci appartiene. Cantare, suonare, con il cuore in mano, umilmente, per condividere ciò che di più bello, spesso è dimenticato negli angoli bui dell’anima di ognuno noi, e risvegliare le coscienze addormentate nel presente, utilizzando testi del passato, ma che sono presente e futuro. Così, in una serata “capolavoro” Daniele Coccia Paifelman e Franco Pietropaoli distruggono di colpo, l’omologazione culturale e la relativa mutazione antropologica, liberandoci dall’assuefazione televisiva, dalla società di massa e dalla mercificazione totalizzante; facendoci sentire “un friccico ner core”.

di Claudio Caldarelli

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