Gente che va a lavorare, e un destino che non c’entra niente
È una mattina qualunque mentre andiamo al lavoro. Fuori c’è quella luce un po’ così, indecisa, che pulviscola tra i palazzi delle nostre periferie industriali. C’è il rumore di una caffettiera, il motore dell’auto che si scalda, i passi frettolosi di chi ha una giornata densa davanti. Cose normali, no? Cose che facciamo tutti.
Poi, c’è un dettaglio. Un dettaglio strano, che nota, ma che cambierà tutto. Può sembrare un turno di lavoro come tanti altri, che rendono assuefatti, e disattenti. il calo di attenzione che rapisce ogni fine turno, un cavo d’acciaio leggermente sfilacciato che oscilla invisibile nel vento, una scarpa antinfortunistica lasciata nell’armadietto perché “tanto finisco prima”.
Ecco. È esattamente in quel millimetro di spazio, in quel secondo di distrazione o di fretta, che si nasconde il mistero più grande, più assurdo e più tragico dei nostri giorni.
Perché, quando parliamo di infortuni e di morti sul lavoro, noi pensiamo sempre a una fatalità. A un destino cinico e baro che decide di colpire a caso. Ma se guardiamo bene dentro la macchina del tempo della cronaca, scopriamo che il destino non c’entra quasi mai. C’entra qualcos’altro.
La geografia del rischio
Prendiamo i dati recenti, quelli scritti nero su bianco nei registri dell’INAIL e degli osservatori indipendenti. Numeri freddi, che però se li leggi bene tremano, perché dietro ogni cifra c’è un nome, una faccia, una famiglia che aspetta davanti a una tavola apparecchiata.
Nel solo primo quadrimestre, i report ci dicono che ci sono state quasi duecento vittime in occasione di lavoro. Certo, c’è una flessione, un segno “meno” rispetto all’anno scorso che ci fa respirare un secondo. Ma poi guardi meglio e vedi che le denunce di infortunio totali sono salite del 6,4%. Più di 200 mila storie di carne e ossa che si sono spezzate dentro una fabbrica, su un tetto, o lungo l’asfalto mentre andavano a timbrare il cartellino.
E qui la mappa dell’Italia si tinge di colori strani, come in un poliziesco di quelli complicati:
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La Zona Rossa: Ci sono regioni dove l’incidenza della mortalità supera del 25% la media nazionale. Posti come la Sicilia, la Liguria, il Veneto, la Puglia o la Campania. Lì il rischio morde più forte.
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La Lombardia dei record tristi: In valore assoluto, con i suoi cantieri e le sue aree industriali, resta la regione che registra il maggior numero di vittime.
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I più vulnerabili: C’è un dato che fa riflettere, un dettaglio quasi Noir. I lavoratori stranieri hanno un indice di mortalità che è oltre tre volte superiore a quello degli italiani. Come se la lingua, la fretta della precarietà o la mancanza di tutele scavasse un solco invisibile ma profondissimo tra chi si salva e chi no.
Il “giorno maledetto” e i settori d’ombra
Se questa fosse una storia, bisognerebbe fare attenzione al calendario. C’è un giorno della settimana che sembra portarsi dietro una nuvola più scura degli altri. Le statistiche dicono che è il venerdì (seguito a ruota dal giovedì) il momento più pericoloso. Perché? Forse perché subentra la stanchezza della settimana, forse perché la testa è già proiettata al weekend, o forse perché bisogna “chiudere il lavoro a tutti i costi” entro il fine settimana. E quando la fretta corre più veloce dei controlli, succede il disastro.
E dove succede? Sempre negli stessi posti. Nei soliti tre grandi comparti che sembrano inghiottire le vite:
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Le Costruzioni: I cantieri edili, sospesi tra cielo e fango, dove un passo falso da un ponteggio non lascia scampo.
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Trasporto e Magazzinaggio: La logistica, i camionisti che corrono nella notte per consegnare quel pacco che abbiamo ordinato online il giorno prima, i muletti che sfrecciano nei depositi.
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L’Attività Manifatturiera: Le grandi macchine, le presse, gli ingranaggi che non si fermano davanti a una mano distratta.
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L’anomalia delle malattie professionali: C’è una strage ancora più silenziosa di quella dei cantieri. È quella delle denunce per malattie professionali, cresciute di oltre l’11%. Patologie dovute a stress, carichi ergonomici sballati, usure silenziose. Non fanno rumore come un crollo, ma spengono le persone un giorno alla volta.
Ma allora, dove sta il punto?
Il punto è che la prevenzione non è un faldone di carta polveroso da tenere in ufficio per evitare le multe. Non è burocrazia. La prevenzione è una cosa viva, è una scelta.
Negli ultimi mesi si è parlato tanto del nuovo Piano Integrato per la Salute e la Sulla Sicurezza 2026, di nuovi ispettori del lavoro pronti a entrare nei cantieri, di intelligenza artificiale e sensori wearable (quei dispositivi che si indossano per monitorare i battiti o la postura dell’operaio). Tutto bellissimo, tutto necessario.
Ma la verità è che finché considereremo la sicurezza come un “costo” da tagliare per rimanere competitivi sul mercato, o come un “ritardo” sulla tabella di marcia, continueremo a raccontare queste storie.
Ogni volta che un operaio sale su un tetto senza imbragatura perché “ci metto solo un minuto”, ogni volta che un subappalto scala un pezzo di prezzo sulla pelle dei dispositivi di protezione, si sta scrivendo la trama di un brutto film. Un film che conosciamo già, di cui sappiamo già la fine, e che non vorremmo vedere mai più.
Eligio Scatolini e Giuliana Sforza

