Non lo fo per piacer mio, ma per far piacere a …

Per una donna passare da “sono cose da grandi” a “sono cose da maschi” è un attimo. Un attimo che ha come linea di confine la comparsa delle prime mestruazioni. Così mentre ad un ragazzo il primo accenno di baffi lo assurge al ruolo di adulto, maschio e di conseguenza consapevole, una ragazza al primo accenno di seno si ritrova a dover fare i conti con un silenziamento dovuto solo ed esclusivamente al suo essere di genere femminile.

Come dire, una perenne emarginazione, prima paritaria perché i piccoli sono come gli angeli, più o meno tutti uguali, poi discriminante perché donna e di conseguenza relegata solo ad un certo tipo di discorsi.

Non è questione di esperienza o di tecnica, ci vengano ancora a raccontare che esistono lavori o specializzazioni così virili da non poter riguardare il mondo femminile, no, non lo è. In verità si tratta dell’esistenza di circuiti chiusi all’interno dei quali l’uomo può parlare di tutto, mentre la donna neanche di ciò che la riguarda. Una discrepanza decisa al momento e a seconda dell’umore e del potere del maschio di turno.

Questo è accaduto il 18 aprile scorso, durante una puntata di Porta a Porta, nel corso della quale, il “bravo presentatore” ha ritenuto corretto dover parlare dell’emendamento presentato da Lorenzo Malagola in forza FdI e relativo ad un intervento sulla Legge 194, con cinque esponenti del mondo politico ed editoriale, tutti, insindacabilmente, di sesso maschile. Stiamo parlando dell’introduzione delle associazioni pro-life all’interno dei consultori ai quali, le donne, si rivolgono per esercitare un diritto di Legge: abortire.

Qui si apre un primo capitolo: cinque uomini più il “bravo presentatore” intendono discutere, disquisire, approfondire, temi che riguardano solo ed esclusivamente il mondo femminile. La sensibilità di una donna che si scopre in stato di gravidanza, soprattutto quando non desiderata, le sensazioni tipicamente femminili, i bisogni, le incertezze, il dramma dell’aborto, i sensi di colpa, il senso di inadeguatezza per essere rimaste incinta prima e per dover abortire dopo, tutto interpretato secondo una logica maschile.

“Non c’erano donne disponibili” ha chiosato il “bravo presentatore”: “dove, come e quanto le hai cercate” chiederebbe chi scrive, sorridendo amaramente.

Ma aldilà dell’assenza di una rappresentanza femminile, quello che colpisce, sono altri particolari. 

Il tema affrontato non viene citato nell’anteprima della trasmissione: la spettatrice, forse più interessata dello spettatore, ascoltando i titoli iniziali saprà che si parlerà dell’ultimo consiglio europeo prima della fine della legislatura, dell’accordo Meloni von der Leyen, del contrattacco all’Iran, del sondaggio di Porta a Porta sul gradimento degli italiani alla creazione di un esercito europeo, della Turchia, del fine vita e del contrasto tra Governo e Regione Emilia Romagna, della corruzione e, se avanzerà del tempo, delle truffe agli anziani, ma non della legge sull’aborto. Neanche il tempo eventualmente avanzato viene dedicato alle donne e al loro sacrosanto diritto di autodeterminazione.

Nessun riferimento, quindi, al famoso emendamento e, come a volte accade nei bar di paese,  saltando di palo in frasca si arriva sul tema, con distrazione e poco interesse, quasi casualmente, mentre si parla di fine vita.

Come dire: come possiamo parlare di aborto senza dire che parliamo di aborto?

No, signori, non è questa la strada e nell’inganno di un vostro finto e forzato interessamento non può caderci più nessuna. Parlate di quello che ci riguarda perché la difesa del primato dello spermatozoo, supera qualsiasi decenza. Non vi interessa nulla di quello che accade alle donne. Non vi interessa dell’informazione che possa rendere più libere le donne e sappiate che le donne non hanno bisogno di essere informate da voi. Le donne sanno già tutto, e lo sapevano sin da prima di mettervi al mondo. Chi decide di abortire non ha bisogno di chi può solo creare un accrescimento dei sensi di colpa. E’ una realtà, già oggi, l’informazione deviata che viene fatta al di fuori dei consultori; non abbiamo bisogno di altri scempi.

Piuttosto finanziate i consultori, create reali politiche per la famiglia, fate si che quando una donna decide di abortire possa trovare il massimo delle attenzioni e dell’accudimento. E soprattutto non le mettete in condizione di abortire solo alla fine del tempo massimo previsto dalla legge. E’ una pratica, questa, sempre più diffusa e che provoca una sospensione del tempo lacerante.

Il secondo capitolo riguarda invece le associazioni pro-life, tradotto pro vita, ancora più semplicisticamente “a favore della vita”. Un pro vita che si preoccupa però non della vita in assoluto, di chi è già in vita per intenderci, ma che altresì si preoccupa di normare, secondo una logica bigotta e ormai fuori tempo massimo, la vita degli altri. Che si preoccupa del diritto di venire al mondo a qualsiasi costo, che si preoccupa da chi vieni al mondo, guai ad adozioni lgbtq+ seppur garanti di amore e sussistenza, che si preoccupa di garantire la sopravvivenza dell’essere umano oltre ogni criterio umanitario anche quando è ridotto ad uno stato vegetativo, che si preoccupa di stabilire chi si deve amare secondo una logica di coppia che ci riporta ad Adamo ed Eva.

Di chi, invece, già esiste importa poco se non nulla.

Non troviamo le associazioni pro life a Lampedusa, a Cutro, ad adoperarsi prima che affondi un barcone. Non raccolgono i bambini in acqua. Non manifestano per l’indicibile violenza che subiscono i bambini palestinesi ogni giorno ed in ogni momento, in fondo sono arabi e musulmani. Non si vedono a difesa della violenza che viene perpetrata ogni giorno nei confronti delle donne. Non entrano neanche nelle carceri a dare sollievo a quei poveri disgraziati che nell’indifferenza generale decidono di dare un termine alla loro esistenza. 

No, questi esseri umani non sono oggetto del loro interesse perchè fondamentalmente in queste associazioni si sconta il vizio dell’idea cattolicissima che la sofferenza è frutto della colpa e quando colpa non c’è, è un mistero. In ogni caso, soffrire in vita garantisce un paradisiaco passaggio ultraterreno, quasi quasi conviene.

C’è qualcosa di tremendamente ipocrita in tutto questo, già a partire dal nome. C’è qualcosa di crudele. C’è qualcosa di primitivo che non premia l’evoluzione dell’essere umano. C’è qualcosa che è rimasto profondamente ancorato al “non lo fo per piacer mio…”

Lucia Salfa

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