Rendez-vous, multi tastiera della commedia e unicità Carax

Si sa che la commedia francese è divenuto ormai un genere a sé, molto apprezzato non solo in casa, ma anche internazionalmente. Rendez-vous, essendo territorio e schermo della madrepatria, e anche per la particolare predilezione del genere in Italia, non poteva non proporla nella sua rassegna, tanto più che essa, non scordiamolo, è tradizionalmente di primavera, ad aprile. E cosa più di consonate le arie primaverili e quelle della commedia francese? Arie, sfumature, nuances, tonalità cromatiche, acustiche, scale emozionali, multi tastiere narrative. E c’è da aggiungere che variazioni di commedia li troviamo anche nei titoli di cui abbiamo già parlato. Soprattutto nel film di Ozon Quand vient l’automne, Sotto le foglie, dove a tratti, a mo’ dei toni del vecchio Arsenico e merletti, abbiamo qui quelli di “funghi e scherzetti”, intessuti nel dissidio di fondo autentico, drammaticamente molto attuale tra un’anziana madre, dal passato non del tutto limpido, e sua figlia che non lo ha mai accettato. Per non parlare poi di Ma mère, Dieu et Sylvie Vartan, di Ken Scott.

Il poker, ogni asso di seme e declinazione distinta della commedia, servito al pubblico, ai cinephile, e ai critici cinematografici accreditati ha presso corpo in quattro titoli. Diamant brut, Jane Austen a gâché ma vie, Trois Amies, Le Répondeur. Tutti in giorni diversi, ma nell’identica fascia oraria delle 18, quella dell’aperitivo, per stuzzicare l’appetito cinematografico prima della proiezione centrale e d’impatto delle 20.30. E di quattro partite intriganti si è realmente trattato. Per il gusto, l’ironia, la commozione effervescente, l’emersione di spontaneità, che s’innescano nella visione, perché in fondo La vie est un conte de fées, e sullo schermo proprio a una favola già scritta dentro di noi assistiamo. E poi per la vivacità del dialogo tra il pubblico e autori, autrici, interpreti, cui a tratti ha svelato aspetti dell’opera cui neanche loro avevano pensato. Un prendre le soleil, una pausa di rilassamento nei piccoli, grandi drammi della vita, per pungere, però, e mettere meglio alla berlina alcuni vizi e pregiudizi sociali.

Perché è solo così che la commedia si sostanzia di una sua autenticità. I nuovi mezzi di comunicazione, nei loro diversi aspetti, non potevano così non essere posti sotto il pungiglione di questo genere cinematografica, nella sua coniugazione francese. I reality-show, il mito della bellezza come apparenza mediatica, in Diamant brut, con un film sorprendente per freschezza e qualità. In Le Répondeur, invece, è l’ossessione della connessione fisica e mentale permanente con i nostri devices, telefonini, iPad, non solo direttamente in voce, ma tramite bombardamento di messaggi, file, link, allegati, ecc. Una connessione fisico-mentale che svuota però membra e cervello e ci impedisce di riflettere più a fondo, di oggettivare gli strati più profondi della nostra coscienza, di esternarli, esprimerli nella forma compiuta della scrittura. Una lotta impari, perché poi, ciò che tentiamo di mettere fuori la porta ci rientra dalla finestra.

E la scrittura è proprio il tema di Jane Austen a gâché ma vie, Jane Austen ha rovinato la mia vita. Qui, al contrario, è il rifugiarsi nella scrittura, rimanendone però incompiutamente intrappolate, per non aver regolato i suoi rapporti con la vita reale. Il film, tra l’altro, si base sull’esperienza reale dell’autrice Laura Piani quale libraia presso la Shakespeare&C di Parigi, proprio come la protagonista inquieta da lei vividamente ritagliata. In Trois amies, invece, la declinazione è quello del drama-comedy sentimentale. Protagonista è la triplice matassa di coppie ingarbugliate nei loro rapporti sentimenti con i rispettivi partner. Intreccio che offusca anche la limpidezza del sentimento d’amicizia che ha sempre indissolubilmente legato le tre amiche. Ma non sono tanto gli sconvolgimenti che vuole indagare il film, quanto i processi che li innescano, li disinnescano, per tornare a intrecciarli, aprendo a nuove impreviste, imprevedibili possibilità.

C’est pas moi, il breve fulminante film di Leo Carax, appena 42 minuti, costituisce l’unicum, proprio in assolutezza, di questa XV edizione di Rendez-vous. Unicum, per oltrepassamento di ogni genere, e totalmente privo di alcun filo narrativo consequenziale. Film puramente di immagini e montaggio. Una vertiginosa, funambolica found footage, ossia reperti iconografici sepolti nell’archeologia di magazzini e archivi storici, riutilizzati in un contesto filmico completamente ex novo. Attraverso le tragiche vicende del ’900, come la Shoah e altri crimini, con un costante riferimento a Jean-Luc Godard, Carax tenta di mettere in forma un irruente svelamento, uno squarciamento disperato della contemporaneità. Ma è proprio il tentativo di messa in logica d’immagine, ossia di dare pura forma di cinema all’illogico storico del l’humain, trop humain, a ridarci speranza, proprio per chi non è ne ha più.

Riccardo Tavani

 

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