Rendez-vous, rendiconto del profumo di cinema francese a primavera

Nella cornice d’arte di Firenze si è conclusa il 17 aprile scorso, la XV edizione di Rendez-vous partita da Roma, al Cinema Sacher, il 2 aprile. Un appuntamento tradizionalmente di primavera questa rassegna in Italia dell’ultima stagione del cinema francese. Incontro prima solo romano, poi esteso ad altre nostre città. In questa XV edizione a Palermo, Napoli, Bologna e Firenze. Se ne può e se deve ora trarre un bilancio, anche per fornire un riscontro a chi la rassegna l’ha curata, selezionando i film, gli ospiti, consentendo al pubblico incontri e confronti diretti con loro. Il riferimento è innanzitutto alla direttrice artistica Vanessa Tonnini, e a Rémi Guittet, addetto audiovisivo dell’Istitut Français Italia, quali front line di un’organizzazione più ampia e complessa che ogni anno l’Ambasciata francese a Roma mette direttamente e prestigiosamente in gioco.  

Sui due piatti del giudizio poniamo qui da una parte l’accoglienza del pubblico, e dall’altra una valutazione critica squisitamente – e il più possibilmente oggettiva – cinematografica. Sulla prima parlano non solo i numeri della crescente partecipazione e apprezzamento manifestato dai pubblici delle diverse città. Lo dice il record di sold out, di sale piene, battuto quest’anno rispetto a quello già notevole della edizione precedente, secondo quanto riferito da Reggi&Spizzichino Communication, l’ormai consolidato ed efficiente Ufficio Stampa della rassegna. Lo testimonia soprattutto l’attenzione, lo slancio, anzi il vero e proprio élan vital, la vivacità dei dialoghi post proiezione tra il pubblico e chi i film li fa, li produce, li interpreta. A questo proposito, una doverosa e allo stesso tempo affettuosa citazione spetta a Gioia Smargiassi, l’interprete che sa rendere davvero al meglio la voce e il pensiero di spettatori e ospiti. Una vera colonna ormai di questa rassegna, per la quale il momento delle domande e risposte conta eccome!, per i valori di schietta amicizia umano-cinematografica, su cui essa si fonda e vuole ogni anno incrementare.,

Sul versante più strettamente critico, la rassegna ha presentato un ventaglio di generi, stili, contenuti narrativi attuali in forme cinematografiche, regie, d’impianto classico o innovativo che restituiscono le diverse facce della complessa realtà contemporanea. Tale risultato, però, lo si può raggiungere quando la qualità è la cifra comune delle diversità. D’altronde, indipendentemente dalle preferenze dei generi, e dalla diversa quantità di spettatori che essi attirano in sala, anche in relazione all’orario di proiezione, la qualità è proprio quello cui aspira il pubblico di Rendez-vous. Mai feedback, o sintonia sulla qualità tra spettatori e direzione artistica si è mostrata acuta come in questa quindicesima edizione. Non solo, ma le diversità sono state unite da filoni sotterranei di comuni situazioni narrative ed esistenziali. Come quello sui legami familiari-non familiari, loro frangenti di drammaticità. Dal film d’apertura di Carine Tardieu, con Valeria Bruni Tedeschi L’Attachement, a Le Roman di Jim, di Jean-Marie e Arnaud Larrieu, all’autobiografico Ma mère, Dieu et Sylvie Vartan, di Ken Scott, al clamoroso (ora anche nelle sale italiane) Quand vient l’automne, Sotto le foglie, di Françoise Ozon. Ancora sulla distonia familiare, anch’esso ora in Italia, è Incontrarsi a Tokio, pessima ri-titolazione dell’originale e appropriatissimo Una part manquante, del belga Guillaume Senez, sulla lacerante situazione in Giappone di figliə cui è completamente cancellata l’esistenza dei genitori stranieri in caso di divorzio o separazione.

Quest’ultimo film apre anche un altro filone: quello che potremmo definire del doppio. Nello stesso giorno di programmazione, infatti, è stato presentato un altro film d’ambientazione asiatica. Si tratta di Hiver à Sokcho, di Koya Kamura. Nell’inverno della piccola località di Sokcho, nella Corea del Sud, il delicato ma complicato incontro tra la cuoca-cameriera d’un piccolo albergo e un illustratore della Normandia in cerca d’ispirazione. E anche sulla Corsica sono stati presentati nella stessa giornata due film, entrambi di forte impatto rivelatore e svelatore dell’attuale situazione dell’isola. Il primo è Le Royaume, Il Regno, di Julien Colonna, sui micidiali contrasti all’interno della mafia corsa e i tentativi di sfuggire alla cattura della polizia. Un film, però, che si riallaccia anche al filone famiglia. Figlia ribelle e padre boss, infatti, riescono finalmente a incontrarsi, comunicare, entrare pienamente in sintonia, proprio nel frangente più scosceso per le loro esistenze. L’altro titolo sulla Corsica è anch’esso sulla mafia. Ma quella – per certi versi più micidiale – della speculazione e devastazione edilizia imposta dal profitto capitalistico. Le Moichan, questo il titolo, di Frédéric Farrucci, è una storia romanzata, ma allo stesso tempo autentica, nel riferirsi a situazioni realmente in atto nell’isola. E anche qui c’è la sottotrama di un legame familiare. La resistenza di un umile ma caparbio pastore di capre, in fuga dalla polizia e dalla mafia edilizia, è sostenuta da una nipote, che attraverso i social restituisce la dimensione eroica alla resistenza dell’Ultimo dei Moicani, facendolo assurgere a testimonianza e voce popolare di chi è stanco delle aggressioni al territorio corso.

In un successivo articolo il filone commedia e la unicità Leo Carax.

Riccardo Tavani

 

Please follow and like us:
fb-share-icon
Wordpress Social Share Plugin powered by Ultimatelysocial
WhatsApp
YouTube
Copy link
URL has been copied successfully!