Agosto, un mese della memoria
Il mese di agosto porta con sé ricorrenze importanti. Prima di tutto le stragi di Bologna e dell’Italicus, con il loro strascico di polemiche politiche; poi gli ottant’anni delle bombe di Hiroshima e Nagasaki, ed un anniversario che di solito passa inosservato: quello del tragico naufragio del sommergibile atomico russo K-141 Kursk.
Di questi anniversari “atomici” vorrei parlare, non perché siano più importanti dei primi, ma per le riflessioni che portano con sé e che sono d’attualità in questi anni di guerra, giustamente chiamata “guerra mondiale a pezzi” da Papa Francesco.
Il bombardamento atomico delle due città giapponesi – scelte quasi a caso, in funzione della visibilità aerea, quasi non fossero abitate da esseri umani – è stato troppo presto archiviato come una scelta ineludibile, dettata dal desiderio di far cessare la guerra e risparmiare un maggior numero di vite umane. Meglio un eccidio di civili indifesi, che un ulteriore sacrificio di soldati, si direbbe, ammesso che i conti fossero giusti.
È vero che i giapponesi erano considerati difficili da piegare, ma è anche vero che erano ormai soli contro il resto del mondo, essendo già caduta la Germania e quel che restava dell’Italia fascista. Costretti a sacrificare piloti ed aerei pur di colpire qualche nave nemica, come solo chi è allo stremo può pensare di fare.
Era davvero necessario? O non c’è stata la tentazione di imporsi al mondo come l’unica potenza nucleare, una potenza egemone e inattaccabile in virtù dell’esclusiva nucleare? O la tentazione di tradurre subito in pratica lo sforzo economico e organizzativo che era stato necessario a preparare quegli ordigni?
A dire il vero l’esclusiva durò poco, perché i sovietici riuscirono ad avere quasi in tempo reale, rispetto ai lavori di Los Alamos, i segreti tecnico-scientifici necessari a costruire la “bomba”.
Nei primi decenni dopo la guerra il pericolo nucleare era percepito più vivamente rispetto ad oggi, anche perché erano frequenti i test nucleari in atmosfera, come quelli di Bikini e del Nevada, e poi quelli in alta atmosfera, cui si aggiunsero poi quelli sovietici e cinesi. Test che hanno rilasciato nell’ambiente del pianeta – si calcola – 3.800 kg di plutonio e 4.200 kg di uranio, con conseguenze mai abbastanza studiate sulla salute dell’uomo e dell’ambiente. Infatti, considerato che il plutonio ha un’emivita di 24,000 anni e l’uranio di milioni o miliardi di anni (a seconda dell’isotopo) ancora ci portiamo sul pianeta tutte quelle scorie radioattive.
Ricordo ancora l’inquietudine che tutti provammo (anch’io, che avevo allora 13 anni) di fronte al pericolo di guerra che si determinò con la crisi dei missili di Cuba.
Negli anni della guerra fredda il pericolo era, io credo, percepito da tutti.
Ma oggi forse ci siamo assuefatti, o forse abbiamo capito che le guerre dell’era nucleare si fanno senza usare le bombe atomiche. In Corea e Vietnam, per esempio, due blocchi di potenze nucleari si sono scontrati con le armi convenzionali, lasciando negli arsenali quelle atomiche. Così è oggi per il conflitto in Ucraina, dove la minaccia atomica viene ogni tanto evocata per far paura al mondo, ma senza passare alle vie di fatto (almeno finora!).
C’è però da considerare che la cosiddetta deterrenza nucleare non ha evitato le guerre, che sono continuate in tutto il mondo, coinvolgendo, direttamente o per procura, anche le potenze nucleari.
Forse meglio così, potremmo dire; ma è anche vero che le armi nucleari non hanno mai svolto quel ruolo di deterrenza che viene loro comunemente attribuito: con o senza nucleare, le guerre ci sono, e sono tante, con il loro corteo di morti, di soprusi e di violenza.
Resta aperta la domanda: ma se le armi nucleari nessuno vuole davvero usarle, e se non servono come deterrente alla guerra, allora perché mantenerle, e a migliaia?
Io non trovo altra risposta che questa: perché i nostri governanti non sono abbastanza lucidi e lungimiranti da abbandonare il business del nucleare a favore del disarmo, non riescono neanche a immaginare un mondo migliore.
Ma il pericolo è che qualcuno, un giorno, possa essere così stupido o pazzo da usarle, quelle armi. E soggetti di questo tipo non mancano di certo nel panorama internazionale. Dopo tutto, non possiamo dimenticare che Putin ha minacciato di usare armi nucleari in Ucraina e che Trump ha mandato due sottomarini nucleari in “regioni appropriate” a minacciare la Russia dopo le parole di Medvedev. Probabilmente si è trattato di bluff, ma il rischio è sempre che qualcuno possa dire “vedo”.
L’incidente del Kursk, di cui ricorrono i 25 anni, è anch’esso interessante. Putin era al governo da pochi mesi e aveva organizzato una grande esercitazione navale nel mare di Barents, la più importante dell’era post-sovietica, con l’intento di mostrare al mondo la potenza della flotta russa. Ma l’esplosione accidentale dei siluri fece affondare il Kursk, il più nuovo e moderno dei loro sommergibili nucleari, uccidendo in pochi minuti gran parte dell’equipaggio. 23 superstiti si rifugiarono in un compartimento stagno, sperando nei soccorsi. La forte esplosione era stata subito rilevata in un raggio di più di mille chilometri, ma il governo russo ammise l’incidente solo dopo 48 ore, mentre Putin rimaneva a Soči in vacanza per tutto il periodo della crisi. Si persero giorni preziosi in fallimentari tentativi di salvataggio da parte russa, che ritardarono la possibilità di un soccorso efficace da parte di mezzi anglo-norvegesi. Furono, infine, questi ultimi a raggiungere il sommergibile e ad entrarvi, ma troppo tardi: trovarono ormai solo corpi senza vita.
Vi furono veementi proteste da parte dei familiari delle vittime e forti critiche da parte dei mezzi di comunicazione, all’epoca ancora piuttosto indipendenti dal governo russo. Putin arrivò ad accusare Berezovskij, titolare di un’emittente televisiva, di aver organizzato una finta manifestazione di vedove delle vittime, assoldando un gruppo di prostitute. Accusò la stampa indipendente di manipolare l’opinione pubblica dopo essersi impossessati dei mezzi di informazione rubando. Lo stesso Berezovskij fu costretto all’esilio. Putin iniziò dall’incidente del Kursk la sua campagna di annientamento del giornalismo indipendente. Con questi mezzi, successivamente culminati con l’assassinio di Anna Politkovskaja, gestirà l’informazione nella guerra cecena e nelle crisi del teatro Dubrovka (in cui le forze speciali russe uccisero deliberatamente con il gas 129 ostaggi) e della scuola Beslan (dove l’intervento delle forze speciali costò deliberatamente la vita a più di 300 ostaggi, tra cui 186 bambini).
La vicenda del Kursk, che costò la vita all’intero equipaggio di 118 persone, è emblematica del nascente regime dittatoriale e guerrafondaio di Putin; ma si collega al pericolo nucleare, considerato che un potente sommergibile a propulsione atomica e con armamento atomico fu usato in maniera così improvvida da causare il grave incidente. Ormai nessuno, tranne il governo russo, nega che l’incidente sia avvenuto per l’improvvisazione e il pressapochismo con cui furono organizzate quelle esercitazioni, inutili se non per mostrare i muscoli della Russia putiniana.
In questa carrellata di anniversari, non possiamo dimenticare che il 12 agosto è stato l’81° anniversario della strage di Sant’Anna di Stazzema, dove furono uccise più di 500 persone, tra cui molti bambini: un’altra triste ricorrenza che ci ricorda la crudeltà del regime nazi-fascista. Quelle persone non morirono in un bombardamento né per rappresaglia, come molti altri civili in Italia. Si trattò di un atto terroristico gratuito, perpetrato con particolare ferocia per il solo fatto che in quella zona agiva un gruppo partigiano.
Anche quest’anno nessun rappresentante del governo, nessun esponente politico della maggioranza ha partecipato alla commemorazione.
Cesare Pirozzi

