Sterilizzazioni in Groenlandia negli anni settanta. La premier danese in lacrime: chiedo scusa

Il controllo forzato delle nascite coinvolse a loro insaputa 4mila ragazze inuit. Ora la Danimarca riconosce la responsabilità del programma avviato negli anni Settanta nella sua ex colonia.

Ed è così che Mette Frederiksen si è commossa durante il suo discorso, vestita di nero, in una sala strapiena a Nuuk, capitale della Groenlandia.

«Care donne, care famiglie, cari groenlandesi, oggi c’è una sola cosa giusta da dirvi: chiedo scusa. So che le scuse non possono cambiare ciò che vi è accaduto né cancellare il dolore che ciascuna di voi ha sperimentato, ma spero che possiate trovare consolazione nel fatto che ora riconosciamo che ciò fu ingiusto e ce ne prendiamo la responsabilità».

Intorno alla premier danese, molte donne di mezza età si asciugano gli occhi con i fazzoletti. Sono le vittime del programma di controllo delle nascite che dagli anni Sessanta fino al 1991 portò il governo danese a inserire spirali intrauterine a migliaia di preadolescenti, ragazze e giovani donne inuit, nella maggior parte dei casi all’insaputa delle dirette interessate e delle loro famiglie, ad esempio durante una visita medica scolastica o in ospedale dopo un aborto.

Frederiksen nei giorni precedenti alla sua visita a Nuuk aveva annunciato la creazione di un “Fondo di riconciliazione” per le vittime, di cui però non è stato stabilito l’importo e che potrà servire anche a risarcire i cittadini groenlandesi che abbiano subito discriminazioni. Del Fondo però la prima ministra non ha fatto menzione nel suo discorso di mercoledì, e ciò non è passato inosservato.

La psicologa Naja Lyberth, che ha subito la sterilizzazione a 14 anni da un medico scolastico senza preavviso, negli anni scorsi ha guidato una class action contro il governo danese. Mercoledì ha accolto con soddisfazione le scuse di Frederiksen, ma si è detta anche delusa dal fatto che la premier non abbia fatto cenno a ciò che in effetti la campagna è stata: una violazione dei diritti umani.

Ossia un atto di prepotenza, sopraffazione, abuso, vessazione, arbitrio, prevaricazione.

Come se queste giovanissime donne non abbiano vissuto tutto questo e non stiano ancora vivendo il trauma di quanto subito.

La Groenlandia è stata una colonia danese fino al 1953, quando divenne parte del regno con la formula dell’unione personale; nel 1979 ottenne l’autogoverno. Nel 2008 un referendum fece fare un altro passo avanti verso l’indipendenza, con il passaggio a Nuuk di molte competenze.

Oggi la Groenlandia è entrata nelle mire degli Stati Uniti: più volte il presidente Trump ha reclamato il controllo sull’isola artica per ragioni di sicurezza.

In questo senso si può forse leggere il rinnovato interesse di Copenaghen a intensificare l’amicizia con la propria ex colonia, incrinato da molte controversie storiche come quella delle sterilizzazioni e più recenti come quella delle adozioni forzate.

La Dottoressa Lyberth ci ha raccontato di quel giorno.

Parole difficili da scrivere e leggere.

Sensazioni faticose nell’immedesimazione.

Ero a scuola nella mia città, Maniitsoq, quando mi chiamarono e mi invitarono ad andare nel vicino ospedale per quello che pensavo fosse un esame sanitario di routine. Lì un dottore danese mi fece stendere su un lettino e senza spiegarmi né chiedermi nulla introdusse la spirale nel mio corpo. Avevo 14 anni, non avevo mai baciato un ragazzo. Non ho avuto la possibilità di dire no. Il dispositivo, dalla forma a T, era molto grande rispetto alla dimensione del mio utero. Ho sentito un dolore terribile, vergogna e senso di colpa. Non dissi niente ai miei genitori, né se ne parlò con le altre compagne, ma i dolori all’addome mi hanno perseguitato ad ogni ciclo mestruale. Tre anni dopo ho tolto la spirale. Quella violenza ha avuto conseguenze: ho avuto un solo figlio a 35 anni, e non è stato affatto facile concepire. A posteriori, capisco perché. Ma allora non ricordavo nulla, avevo rimosso ciò che mi era accaduto. Solo dopo la menopausa ho fatto davvero i conti con quel trauma, il mio corpo ha ricordato, era come se avessi un coltello infilzato nell’utero. Nel 2017, dopo un trattamento psicologico, ho iniziato a parlare con altre donne della mia generazione e nel 2022, grazie anche ad alcuni servizi giornalistici, l’opinione pubblica ha saputo ciò che i medici danesi mandati dal governo avevano fatto a noi inuit.

Siamo ancora all’inizio. Stiamo raccogliendo le testimonianze, anche attraverso una pagina Facebook dedicata. Per molte donne della mia generazione è stato uno choc ricordare, e ammettere che il loro corpo era stato colonizzato dal governo danese. Molte hanno avuto conseguenze drammatiche: difficoltà a concepire, aborti, sterilità, dolori, infezioni, complicazioni nella gravidanza.

Molte non hanno rimosso la spirale per anni, perché nemmeno sapevano di averla. Le ragazze che all’epoca avevano 12 anni sono rimaste tutte sterili. Risulta doloroso fare i conti con questa storia”.

Ed è effettivamente una storia che mai avremmo pensato di scoprire nella “perfetta” Groenlandia. Traumi che queste donne non supereranno mai, una vita negata con la consapevolezza di aver subito passivamente un abuso al proprio corpo senza esserne informate.

A volte ci si può sorprendere della crudeltà umana, che non ha una collocazione geografica ma solo un’ ignoranza e un’ottusità di fondo, una mancanza di valori e diritti umani che fanno capire più di qualsiasi registrazione temporale. E si rimane sgomenti dalla crudeltà di molti esseri umani. Increduli e rabbiosi.

Stefania Lastoria

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