Ad Haiti lo stupro è pandemia e il disonore punisce due volte le donne
Stefania Lastoria
«Voglio vedere il dottor Joseph» è la frase in codice che le superstiti pronunciano all’entrata della clinica di Medici senza frontiere (Msf) per ricevere assistenza, perché peggio della violenza è sapere che può accadere di nuovo.
Nadine procede incerta sotto la tettoia azzurra. L’andatura contrasta con il portamento elegante della giovane, 26 anni, lunghe treccine nere, corpo minuto e sandali ai piedi. Appena incrocia l’operatrice dice tutto d’un fiato, come se sputasse le parole creole: «Voglio vedere il dottor Joseph». È la frase in codice. Non è necessario aggiungere altro. Il personale dell’ospedale di Medici senza Frontiere a Drouillard, propaggine di Cité Soleil, baraccopoli-simbolo di Port-au-Prince, conosce a memoria la formula. Subito a Nadine viene spiegato di seguire le frecce rosse disegnate sui vialetti in cemento bianco. Il percorso per la “stanza delle sopravvissute”. Sedute sulle panche lungo le pareti ci sono una quindicina di donne di ogni età: adolescenti, adulte, anziane.
E le donne sono sempre di più, non si sa se sia un bene o un male, forse solo più donne conoscono il progetto, perché ne hanno sentito parlare, perché la notizia corre, si espande a macchia d’olio e loro hanno bisogno di farsi aiutare, è una necessità, forse un sogno o una piccola speranza. O forse sono davvero più numerose. E’ inconfutabile che dall’inizio dell’anno i casi sono in forte aumento, almeno il 60 per cento in più. Solo nel primo trimestre sono stati registrati circa 2.600 casi.
In un angolo è accucciato un uomo, l’unico. Tiene in braccio una bimba di quattro anni, avvolta in una gonna di tulle inspiegabilmente candida. Anche la piccola è qui per «il dottor Joseph». Come le altre.
Il soggetto resta volutamente sottinteso. Nella “Repubblica delle gang” – dove l’implosione dello Stato ha lasciato l’isola in ostaggio dei gruppi armati, illegali come le bande e i paramilitari, o legali, come in contractor appena arrivati, la pandemia dello stupro non ha cancellato lo stigma. Al contrario.
Non solo le donne vengono violentate ma i loro aguzzini lo dicono ai vicini quando finiscono il lavoro, così che possano essere guardate da tutti, giudicate, additate, etichettate come le “amichette” dei banditi.
Già lo stupro è di per se un trauma ma ad Haiti viene perpetrato con ferocia inaudita: le donne sono picchiate e abusate da vari uomini.
Prede facili per chiunque. Bambine, adolescenti, donne adulte e anziane. Nessuna viene risparmiata e al dolore fisico e psicologico si aggiunge la vergogna che ha fatto tentare il suicidio a molte.
Per garantire la loro riservatezza, hanno inventato l’escamotage del dottor Joseph. Chi fa questo nome, viene indirizzato al progetto di assistenza psico-fisica di Msf per chi subisce violenza sessuale.
Secondo le Nazioni Unite, le gang utilizzano lo stupro come arma di guerra per creare terrore nelle zone controllate dai rivali e scoraggiare delazioni. In pubblico, i boss negano con sdegno. Soprattutto ora. Dalla scorsa primavera sono sbarcati nell’isola i miliziani “arruolati” dal premier Alix Didier Fils-Aimé e pagati con i soldi dell’Amministrazione Trump per «mettere ordine».
I loro droni, scagliati nei bastioni delle bande per stanare i capi senza curarsi delle vittime collaterali, le hanno indebolite e costrette alla difensiva. È cruciale, dunque, guadagnare consensi fra la popolazione.
Negli ultimi tempi, i banditi hanno, dunque, moltiplicato gli interventi social per negare di avere a che fare con le violenze, in particolare sessuali.
Anzi, garantiscono di avere dato ordine preciso di rispettare gli abitanti e chiedono di denunciare i “disobbedienti”.
Difficile, però, per le haitiane credere che si tratti di trasgressioni isolate. Cuffia di plastica in testa per proteggere i capelli dalla polvere e ripararsi dal sole, maglia a maniche lunghe nonostante l’afa di mezzogiorno, un’altra giovane si affaccia all’interno della tettoia azzurra.
Si guarda intorno, diffidente. Poi si inoltra fino al banchetto, appena oltre l’entrata.
«Il dottor Joseph – dice, sottovoce –. Voglio vedere il dottor Joseph».
di Stefania Lastoria

