Dove muore la verità: il bilancio 2025 di Report Sans Frontieres
È un mondo che muore tra le righe, quello che racconta l’ultimo rapporto di Rsf e non muore lentamente: quest’anno, le cronache della libertà finiscono sotto i cecchini, nei raid, nella rabbia di chi odia chi informa. Dal primo dicembre 2024 al primo dicembre 2025, 67 giornalisti hanno perso la vita perché facevano il loro mestiere, o «in relazione al loro lavoro», come precisa la mappa ufficiale del dolore globale. Quasi la metà il 43% del totale, sono caduti nella polvere, sotto il fuoco delle forze armate di uno Stato in guerra, nel cuore di una guerra che non risparmia nemmeno chi racconta. Sono morti perché stavano guardando, perché stavano scrivendo, perché stavano raccontando. E per questo sono diventati un bersaglio.
Se c’è un mappa dell’orrore, la Striscia di Gaza ne è l’epicentro. Ancora oggi, per Rsf, è il luogo più letale per la stampa: Gaza e con essa i territori collegati, hanno fatto da sfondo a decine di morti, quasi ogni volta sotto proiettili, bombe, attacchi indiscriminati.
Ma non è l’unica tappa di questo pellegrinaggio della morte. Ci sono anche zone dove il crimine organizzato o la violenza interna, non solo conflitti dichiarati, uccidono chi tenta di raccontare la verità. Nel 2025, secondo Rsf, un numero preoccupante di reporter è stato eliminato in paesi come il Messico, e in regioni martoriate dal caos, dalle fazioni, dai clan.
E dunque il sangue non ha solo un nome geografico, ma un nome di mestiere: giornalista.
Non sono cifre quelle di Rsf. Dietro quelle “67” ci sono volti, storie di uomini e donne che hanno scelto di rischiare, sapere, testimoniare. Spesso giovani, a volte veterani delle cronache di guerra o di regimi repressivi. Gente che, come scrivevano loro, “non muore per caso”: la loro morte è un messaggio. Un messaggio che dice: “Se ci provate, voi che cercate la verità, verrà il vostro turno.”
E con la morte arrivano anche le celle: nel mondo, a dicembre 2025, 503 giornalisti erano rinchiusi, “colpevoli” solo di aver provato a informare.
C’è una prigione globale e dentro ci sono nomi, taccuini, registratori, sogni di verità che l’odio vuole spegnere.
La cosa peggiore non è solo che si muore. È che quasi mai chi tira il grilletto risponde. Nelle zone di guerra, nelle aree di crisi, nelle città in fiamme, la giustizia è un’eco lontana. Il silenzio, invece, è fragoroso.
Le cifre di Rsf mostrano un dato atroce: la stragrande maggioranza delle morti, soldati o milizie, gruppi paramilitari o criminali, resta impunita.
E allora la domanda diventa: se non c’è giustizia, se non c’è protezione, se addirittura l’informazione diventa un rischio mortale… chi potrà ancora raccontare?
Leggere i numeri: 67, 503, 43% è facile ma è un gesto fragile. Quello che serve è ricordare. Dare loro nome, voce, dignità. Non lasciare che il silenzio sia l’unico risultato.
È un invito, una preghiera laica: a non dimenticare. A chiedere conto. A pretendere protezione per chi rischia. A continuare a credere, contro l’odio, l’arma, il bavaglio, che la verità merita un prezzo, ma nessuno deve pagarlo da solo.
Perché se la stampa muore, muore anche un pezzo di noi.
di Eligio Scatolini e Giuliana Sforza

