Guerre e speculazione: l’economia italiana scivola sul prezzo del pieno

Pensate di essere su una strada provinciale, di quelle che tagliano la pianura sotto un cielo che sembra di piombo. C’è un uomo, fermo davanti a una colonnina self-service. Guarda i numeri correre sul display, veloci, troppo veloci. Non è solo benzina quella che scende nel serbatoio. È la sua tranquillità, è il pezzo di pane della cena, è la sicurezza di un domani che improvvisamente si è fatto buio e scivoloso.
Questa non è la trama di un noir, ma la realtà che stiamo respirando. Perché quello che succede a migliaia di chilometri da noi, nei deserti o nelle steppe dove i cannoni hanno ripreso a cantare la loro macabra canzone, arriva fin qui. Sotto forma di un rincaro. Un numero che sale e che non vuole saperne di scendere.
Tutto comincia lontano, nei palazzi dove si decide il destino delle mappe. I conflitti non producono solo macerie e dolore, ma onde d’urto che attraversano i continenti. Quando scoppia una guerra, il mercato si spaventa. E quando il mercato ha paura, alza il prezzo. Il petrolio diventa oro nero, non per ricchezza, ma per scarsità e speculazione. Le economie, che già faticavano a riprendersi dopo anni di fiato corto, iniziano a soffocare. È un effetto domino brutale: l’energia costa di più, produrre costa di più, trasportare costa di più.
Poi arriviamo noi. L’Italia è un Paese strano, bellissimo e fragile. Siamo un popolo che si muove sulle ruote, che trasporta quasi tutto su gomma. Quando il prezzo dei carburanti esplode, l’Italia trema. Non è solo il pieno della macchina per andare in ufficio. È il camionista che vede il suo guadagno mangiato dal gasolio, è l’agricoltore che guarda il trattore come un nemico, è la casalinga che al supermercato trova la lattuga a prezzi da gioielleria. Le nostre economie sono in sofferenza perché siamo dipendenti da un filo sottile che arriva dall’esterno. E quel filo, oggi, è teso fino a spezzarsi.
Ma allora, si può fare qualcosa? La politica si muove, prova a mettere dei cerotti su una ferita che però continua a spurgare. Si parla di tagli alle accise, quei pesi invisibili che portiamo sulle spalle da decenni, eredità di guerre vecchie quasi quanto il secolo scorso. Si parla di tetti al prezzo, di bonus, di interventi d’urgenza. Ma sono soluzioni temporanee, come cercare di svuotare il mare con un cucchiaino mentre imperversa la tempesta. Ogni centesimo tolto alla pompa è un buco che si apre da un’altra parte, nel bilancio dello Stato.
Qui arriva il punto più oscuro della nostra storia. Perché alla fine, qualcuno deve pagare. E quel “qualcuno” ha sempre la stessa faccia. Non sono i giganti del petrolio, che anzi, nei periodi di crisi spesso vedono i propri profitti gonfiarsi come palloni aerostatici. Non sono i grandi speculatori che giocano con i barili come fossero fiches al casinò. Il conto, salato e inevitabile, lo paga il cittadino comune. Lo paga chi non ha alternative, chi deve accendere la macchina per necessità, chi vede i propri risparmi erosi da un’inflazione che non perdona. È una ridistribuzione della ricchezza al contrario: dai molti ai pochissimi.
Siamo dentro a un ingranaggio complesso, una macchina che sembra impazzita. Le guerre accendono micce che bruciano nelle nostre tasche. Forse la lezione, se ce n’è una in questo noir collettivo, è che non possiamo più permetterci di dipendere così tanto da un’energia che nasce dal conflitto.
Dovremmo guardare altrove, cercare strade nuove, meno sporche e meno legate ai capricci dei dittatori di turno. Perché finché la nostra libertà dipenderà da un rubinetto in mano a qualcun altro, saremo sempre qui, fermi davanti a una pompa di benzina, a guardare con angoscia quei numeri che corrono.
Sperando che, prima o poi, qualcuno prema il tasto “stop”.
di Eligio Scatolini

