La posta in gioco
Ci siamo. Il cosiddetto referendum sulla giustizia, come lo hanno etichettato le forze politiche al governo del paese, è alle porte.
Il 22 e 23 marzo il popolo italiano è chiamato alle urne per approvare o respingere il pacchetto di modifiche costituzionali proposto dal duo Meloni-Nordio e approvato, senza alcuna modifica e alla massima velocità, dalla maggioranza parlamentare asservita all’esecutivo.
Il governo ha presentato questo pacchetto di modifiche come riforma della magistratura tendente a fare in modo che il sistema giudiziario fosse più efficiente, più rapido, più equo.
Nel corso del tempo e con lo svilupparsi del dibattito intorno a questa pseudo riforma, e per ammissione degli stessi promotori in più occasioni, in primis dal guardasigilli Nordio, è emersa la vera natura della proposta, che non tende a riformare e rendere più efficiente il sistema giudiziario ma ad asservirlo al potere esecutivo.
Come?
Primo, aumentando il peso della componente laica, cioè non facente parte della magistratura, all’interno dei suoi organi di autogoverno che verrà sorteggiata tra una lista di candidati, scelta dal parlamento e quindi dall’esecutivo che lo controlla. Facile immaginare quanto potrà essere influente un gruppo coeso, con obiettivi comuni, che opera all’interno di un comitato sorteggiato e quindi composto da persone che non hanno alcuna unità di intenti, né tantomeno un programma comune.
Secondo, demandando le norme attuative a delle leggi votate con maggioranza semplice dal parlamento, la cui maggioranza è completamente sottomessa al dettato dell’esecutivo. Un solo esempio delle intenzioni dichiarate: sottrarre il controllo della polizia giudiziaria alla magistratura, di cui è attualmente competenza, e affidarla al governo, come propone il vicepresidente del governo Antonio Tajani; altra chiara dimostrazione delle tendenze accentratrici presenti nell’esecutivo.
Senza addentrarsi nei dettagli tecnici, che molto bene, sono stati evidenziati da personalità eminenti e competenti, di provata onestà intellettuale, come Gustavo Zagrebelsky, ex Presidente della Corte costituzionale, o Nicola Gratteri, Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Napoli e da decenni magistrato antimafia, quello che emerge da questo tentativo pseudo riformatore del governo è l’attacco allo stato di diritto.
A partire dal XVI secolo, con Hobbes, si può dire sia iniziata la teorizzazione di una società civile basata su regole condivise; certamente non erano eque, ma accettate da tutti, contrattualizzate. Passando poi per le elaborazioni di Locke, Hume, Rousseau, Montesquieu citando solo i forse più conosciuti ed incisivi, si è arrivati, con J.S. Mill, alla concezione della democrazia come una società in cui ognuno avesse la stessa “possibilità di…”; siamo a metà XIX secolo. È stato necessario un altro secolo, le elaborazioni teoriche marxiste-leniniste, socialdemocratiche, e due disastri mondiali perché si arrivasse alla formulazione di “contratti” che garantissero a tutti gli stessi diritti. La Costituzione Italiana (1948) e la Dichiarazione universale dei diritti umani (1949), per fare due esempi che affondano le loro radici nella “Dichiarazione dei dritti dell’uomo e del cittadino” (1789).
Su queste fondamenta è stato costruito, con faticose lotte e sacrificio di milioni di vite umane, lo stato di diritto che caratterizza la civiltà europea.
Questo è ciò che vogliono distruggere: lo stato di diritto che si fonda sul bilanciamento e il reciproco controllo dei tre poteri dello Stato: Legislativo, Esecutivo e Giudiziario, per portare il paese verso una forma di governo in cui tutto dipende ed è controllato dall’esecutivo, da un piccolo gruppo di persone che hanno in mano, di fatto, tutti i poteri dello stato.
Altro esempio delle tendenze autoritarie lo abbiamo avuto quando il governo ha cercato di ottenere l’elenco dei finanziatori della campagna elettorale favorevole al no referendario. Per quale motivo l’esecutivo ha chiesto la suddetta lista e non quella dei finanziatori della campagna per il sì referendario? Il solito doppiopesismo che fa chiudere, violentemente, i centri sociali non coerenti con le politiche governative e lascia indisturbati i centri sociali apertamente neofascisti.
A quando le liste di proscrizione e magari qualche legge melonissima?
Cosa dobbiamo aspettarci da un governo la cui forza principale si richiama apertamente, anche nel suo simbolo, al regime fascista?
Quale la prospettiva che offre un esecutivo che vorrebbe inasprire il codice Rocco, stilato da qualcuno che certamente non era un liberale facendo parte del governo Mussolini?
Nel caso di una approvazione della riforma proposta possiamo aspettarci un governo, depositario del potere esecutivo, che, dopo aver ridotto il parlamento, sede del potere legislativo, a semplice ratificatore delle proposte governative, assumerà anche il controllo della magistratura, eliminando il principio della separazione e controllo reciproco dei poteri ed instaurando di fatto uno stato autoritario.
Winston Churchill definì la democrazia come «la peggior forma di governo, eccezion fatta per tutte quelle altre forme che si sono sperimentate finora», evidenziando come la democrazia sia imperfetta, ma superiore a ogni alternativa (autocrazie, dittature, oligarchie…) .
La democrazia, nonostante i suoi difetti, è l’unico sistema capace di garantire libertà, progresso e rispetto dei diritti.
Questa è la posta in gioco il 22 e 23 marzo: la sopravvivenza della democrazia e dello stato di diritto che faticosamente nel corso di cinque secoli il mondo europeo è riuscito a costruire. Un mondo non certo perfetto, ma che molti progressi ha generato e che sarebbe bene conservare e migliorare, non distruggere.
Per questo è necessario recarsi alle urne (il referendum non necessita di quorum, è comunque valido) e votare No per bloccare questo tentativo di svolta autoritaria.
di Corrado Venti

