L’ordinaria marginalità della follia
“Eccomi a voi. Non c’è filosofia nella farsa che recito stasera, ma un personaggio della vita vera, un tal dei tali affetto da follia. Non c’è tesi specifica, né un fatto, ma cosa pensa e come vive un matto. Allora è un dramma, mi direte voi, io vi rispondo: è una tragedia nera, ma non è nostra”. Così Eduardo De Filippo presenta la sua farsa, sul palcoscenico dell’Ambra Jovinelli di Roma, “Ditegli sempre di si” con la regia di Domenico Pinelli, con Mario Autore, Anna Iodice e lo stesso Pinelli. Con loro sul palco un gruppo di attrici e attori meravigliosamente bravi. Tutti insieme, battuta dopo battuta, applauso dopo applauso, a dipanare il labile confine tra ordinarietà e follia. La follia il cui attraversamento appartiene a ciascuno di noi, in ogni momento della nostra quotidianità. Il teatro non fa eccezione, anzi è una delle zone di confine che ci permette di essere il normale ma anche il folle.
Un ritmo incalzante, ogni battuta scuote il pubblico, lo fa sobbalzare e applaudire. Una prova di interpretazione al di sopra della soglia della bravura. Il regista Pinelli, nella sua doppia veste, riesce a dirigere ogni movimento, ogni mimica, ogni frase, sguardo o battuta, incastrando sapientemente ogni tessera nel suo mosaico.
Nulla si perde, ogni parola acquisisce il suo significato e significante, sottolineato da un pazzo uscito dal manicomio, che viene riportato a casa, dalla sorella, che nel frattempo ha affittato la sua stanza ad uno stravagante attore-poeta-scrittore. Tutto ruota intorno alla follia dei due personaggi, quasi ognuno l’alter ego dell’altro, o comunque interscambiabili nella loro ordinaria quotidianità o nella quotidiana pazzia, incardinati sulla disfunzione del ragionamento ad ogni costo. Sulla ossessione del “…c’è la parola adatta, perché non la dobbiamo usare?” Così il folle diviene il normale facendo impazzire il normale al quale ogni via d’uscita è preclusa, fino a scomparire, disintegrando il vero. Così il folle scambia ciò che sente dire per una realtà oggettiva, a tal punto da disintegrare la poesia del poeta, che non riesce a recitarla se non con immensa fatica e incomprensione. Allora chi è pazzo, non è chi lo viene definito, ma qualche altro che ragiona con i limiti del linguaggio, come dice la mia amica Gloria, mettendo in crisi la comunicazione, sia scritta che verbale, e così viene dichiarato pazzo il giovane poeta. E il vero pazzo è felice purché tutti gli dicano sempre di sì.
di Claudi Caldarelli

