Top del cinema quechua e messicano
La Nueva Ola 2026 – Roma, 8 maggio 2026, Cinema Barberini. Terza giornata del Festival del Cine Español y latinoamericano. Sempre più affollate di ragazze e ragazzi le sale de La Nueva Ola. E come si sa non è per niente abituale vederne tanti al cinema ogni giorno. Per loro folgorante coppia cinematografica d’inizio, una dietro l’altra, alle 15 e alle 17. Il primo è La Hija Cóndor, produzione Bolivia, Perù, Uruguay, di Alvaro Olmos Torrico, durata 109 minuti. Il secondo La reserva, produzione Messico, di Paolo Pérez Lombardini, durata 92 minuti.
Lo abbiamo già scritto, ma è utile ripeterlo. Già dalla scorsa edizione una delle missioni del Festival è la difesa della lingua quechua. Parlata da dieci milioni di persone, pur essendo seconda lingua ufficiale è in via di estinzione, perché i governi e le istituzioni preposte tutto fanno meno che favorire le condizioni della sua salvaguardia e sviluppo. Questa battaglia politico-linguistica, però, La Nueva Ola la fa attraverso il cinema, attraverso film di alta qualità artistica. L’anno scorso lo ha fatto con l’opera di Marco Panattonic, Kinra, Terra Madre. Ora con La HijaCóndor. Ana è una partera, levatrice. Fa partorire le ragazze della locale comunità montana con i metodi ancestrali quechua. Sua figlia Clara l’aiuta con il canto d’una voce melodiosa, che aiuta le donne a spingere e i neonati a uscire con dolcezza e poi acquietarsi. Ma come si possono arginare, fermare le pulsazioni frenetiche che arrivano dalle città a valle. In una di queste, appena sentono canticchiare Clara, fanno a gara per ingaggiarla nelle varie band locali. Anche equipe di medici arrivano nel villaggio, chiedendo ad Ana, di lasciare a loro il compito delle nascite. Il governo istituisce anche incentivi per le donne che andranno a partorire in ospedale. La lacerazione tra riti, credi, pratiche, espressioni tradizionali e tecno-contemporaneità passa dentro l’intimo più abissale delle persone. L’arco voltaico che s’innesca tra il silenzio delle scarne lampade nelle casupole del villaggio e lo sfolgorare pulsante dei neon nelle discoteche della città è come il fuoco che esce dalle fauci d’un drago folle. Davvero un pazzesco cortocircuito la scena dell’anzianapartera, immobile nel suo abito e cappello tradizionali, dentro il frastuono di bagliori e suoni in uno di questi templi dello sconvolgimento musicale. Nel volto di Ana è scolpita la dignità millenaria e nobiliare che discende da un’intera civiltà. Nella bellezza del volto e della voce di Clara la luce del futuro. Eppure il contrasto che spezza in due la direzione prima comune di madre e figlia, di tante madri e figlie, sembra drammaticamente inevitabile. È l’abbandono della terra madre e della madrelingua. Quando muore una lingua muore un mondo intero. È un fenomeno che riguarda ormai tutto il pianeta l’esodo dalle cosiddette terre interne. Ma è possibile un controesodo, un ritorno dentro, dopo non essersi privati dell’andare e dell’arricchirsi fuori? Deve esserci qualcosa di insondabilmente extratemporale che scorre sotto il rapporto tra l’antica cultura quechua e il cinema di oggi. L’una sembra comprendere come conferire arte al secondo, e questo come mostrare al massimo grado l’essenza dell’altro. E questo è già un prodigioso andare fuori, per tornare dentro. Miglior Lungometraggio, Festival Biarritz Amérique Latine. In replica domenica 10 maggio alle 16.30.
La reserva, in bianco e nero, è l’altro capolavoro della terza giornata. Julia è una guardaboschi della comunità del Monte Virgen, zona interamente eletta a riserva naturale protetta, nel cuore del Chiapas. L’opera ha lo stile, lo svolgimento, il montaggio tipici di un documentario. In realtà è un film vero e proprio, nel senso che è propriamente più vero di un documentario, fosse anche di alta qualità. Primo, perché si basa su fatti e situazioni realmente verificatasi e tutt’ora in atto. Secondo, perché a esso partecipano molte persone, vere e proprie, della comunità. Terzo perché l’alta capacità artistica e stilistica del regista, è in grado di stringare al massimo grado esistenziale una realtà di violenza e potere, mostrando più efficacemente quanto acuminato e a rischio della vita sia il dramma dei villaggi che devono contrastare lo sterminio della loro foresta, delle loro terre e acque, della loro futura sopravvivenza. Festival di Morelia: Miglior Film, Migliore Regia, Migliore Attrice a Carolina Guzmán.
Conclude la serata, a venticinque anni dalla sua uscita, Lucía y el sexo, uno dei migliori clasicos, presente in sala il regista Julio Medem. Tra malinconia e commedia, memoria e desiderio, l’attrice Paz Vega dà vita a un personaggio che segue il filo tenue di un suo impulso poeticamente erotico per ritrovare sé stessa tra le rovine e le vestigia della storia d’amore della sua vita nell’isola di Formentera. L’offerta gratuita di cerveza, birra fredda serale, fa parte ormai anch’essa dei migliori clasicos.
Al Cinema Troisi, intanto, appuntamento a ogni mezzanotte e mezza che il Festival comanda per i morsi dall’horror. Quest’anno un cult tra più accattivanti: ¿Quién puede matar a un niño? Nell’isola immaginaria di Almanzora, il terrore non è nel buio, ma nella piena luce cromatica e accecante del Mediterraneo. Così come non dal cinismo adulto, ma dall’innocenza dei niños che arriva la minaccia più inquietante. Ma possiamo immaginare di minacciare uno di loro a nostra volta?
Riccardo Tavani

