La mummia bambina: un mistero nel cuore di Roma

Non è una storia per i deboli di cuore, questa. Non è una favola della buonanotte, né un racconto di antichi faraoni avvolti in bende e misteri. No, questa è una storia che sa di asfalto rovente e cantieri aperti, di ruspe e di un silenzio assordante rotto solo dal cigolio di un camion che porta via, chissà dove, un segreto. Siamo a Roma, nel cuore pulsante di una città che, anche quando corre veloce, nasconde sotto la sua superficie strati e strati di tempo, di vita e, a volte, di morte.

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È il 6 febbraio del 1964. Roma è un immenso cantiere a cielo aperto, una città che si espande, che divora spazio, spinta dalla frenesia del boom economico. Le ruspe azzannano la terra, sterrano, rimodellano il paesaggio urbano. E proprio in uno di questi cantieri, sulla via Cassia, la benna di un escavatore strappa alla terra non sassi o detriti, ma un sarcofago di marmo. Un reperto archeologico. Un ritrovamento che, in teoria, dovrebbe fermare tutto, richiamare archeologi, studiosi. Ma il capo cantiere, uomo pratico e svelto, non vuole intoppi. Il tempo è denaro e quel sarcofago, con il suo carico di storia, è solo un ostacolo. La decisione è rapida, cinica: farlo sparire. Caricarlo su un camion, mescolarlo ad altro materiale di scarto, e via, in discarica. Fine della storia. O almeno, così avrebbe dovuto essere.

Ma c’è un uomo, in questa storia, che ha la schiena dritta. Un camionista. Un semplice camionista, che però, di fronte a quell’ordine, sente un brivido freddo corrergli lungo la spina dorsale. Quella cosa non va. Quella cosa non è giusta. E così, contro ogni logica di profitto e di silenzio, il camionista denuncia il fatto alle autorità di Polizia. Ed è qui che il mistero si svela, in tutta la sua incredibile, quasi insopportabile, realtà. Quel sarcofago, che doveva finire tra i rifiuti, viene aperto. E al suo interno, non c’è polvere o terra. C’è un corpo. Un corpicino.

Un corpicino che finisce sul tavolo dell’obitorio dell’istituto di medicina legale. Incredulità. Stupore. Il professore incaricato dell’esame necroscopico non crede ai suoi occhi. Il corpo è perfettamente conservato, così bene che si potrebbero prendere persino le impronte digitali. Non è una mummia avvolta in bende, no. È un corpo intatto, senza fasciature, quasi come se il tempo si fosse fermato proprio nel momento in cui la vita ha abbandonato quel fragile involucro. I lineamenti sono visibili. Si distinguono i piccoli seni di adolescente. Ai lobi delle orecchie, due cerchi d’oro. Al dito mignolo della mano sinistra, un anello con l’effigie di Nike, la vittoria alata.

Ma chi era questa bambina? Il corpo, ci dice solo, era una bambina. Del II secolo dopo Cristo. Una vita spezzata troppo presto. Il dolore dei suoi genitori, così grande da spingerli a conservare, a mummificare il corpo della propria figlia. Una pratica che richiama l’antico Egitto, ma qui, in questa Roma pulsante e moderna, risuona come un’eco lontana, quasi un’impronta lasciata dal vento. Sicuramente una famiglia ricca, potente, per potersi permettere una simile, costosa, operazione. Esperti egizi, venuti fin qui per imbalsamare, per tentare di fermare l’inarrestabile.

Quel corpicino, così piccolo, così incredibilmente intatto, parla. Parla della fragilità femminile, dell’adolescenza rubata, di sogni infranti. Immagini: la vedi correre, giocare, con la sua bambola di legno con gli arti snodati, forse una sorta di antica Barbie che le faceva compagnia nelle sue giornate. Chissà che nome le aveva dato. Ti immagini il suo volto, i suoi occhi. E poi, improvvisamente, la fine. Il mistero è immenso, avvolgente. E come dicevano gli antichi: “il cimitero è il mistero più grande di tutti.” Un mistero che, a volte, emerge dalla terra, violando il silenzio, per ricordarci che la vita è un soffio, e che il tempo, pur volendo, non può cancellare ogni traccia.

Questa mummia bambina, custode silenziosa di un segreto antico, di una storia che ci ricorda quanto effimera sia la vita e quanto potente possa essere il desiderio di sconfiggere la morte e chissà quanti misteri ancora sono sepolti nel cuore di Roma, aspettando solo che il caso li porti alla luce riscrivendo così qualche pagina di storia antica.

Giuliana Sforza

Per chi la volesse vedere, questa fanciulla romana è custodita e preservata in una teca all’interno del Museo Nazionale Romano di Palazzo Massimo al piano interrato.

 

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