LA “HIMPATHY” OVVERO LA TENDENZA A GIUSTIFICARE IL COLPEVOLE NEI CASI DI FEMMINICIDIO

silviaQuali sono i termini che bisognerebbe evitare nei casi di violenza femminile? Uno studio dell’Ordine dei Giornalisti approfondisce  le cause per cui spesso vengono usate dai giornalisti parole inadeguate che descrivono i fatti di cronaca. In pratica si tende inconsapevolmente a fornire attenuanti  all’assassino senza rendersi conto che si attua un processo di doppia vittimizzazione della donna che subisce violenza o addirittura di quella colpita a morte. La descrizione dell’atto violento spesso viene scritto usando una serie di termini ed avverbi che, di fatto, modificano la  reale intenzionalità e la brutalità dell’atto. “Era un gigante buono”, oppure “i vicini lo descrivono come una persona tranquilla”, o anche “era un uomo mite”. L’idea che sia colpevole viene affievolita dall’uso di questi termini e la giustificazione del suo atto viene spesso descritta come un “raptus” ovvero un atto involontario e non intenzionale. Ma siamo sicuri di tutta questa involontarietà? Prendere un sasso o un bastone ed usarlo per colpire al volto la ex, può veramente essere considerato un atto senza intenzione? Forse il giornalista dovrebbe astenersi dal fornire questa versione che addolcisce il fatto nudo e crudo: il fatto che quell’uomo è un assassino.

LA “VITTIMIZZAZIONE SECONDARIA” NELLA DESCRIZIONE DEL CASO SPECIFICO DI VIOLENZA MASCHILE ALLE DONNE

Quali sono le regole deontologiche che un giornalista deve seguire quando descrive un fatto di cronaca violento come quello che sempre più spesso accade quando finisce un rapporto amoroso? Un amore di solito finisce naturalmente, ma spesso l’uomo non ammette questa possibilità (a meno che a farlo finire non sia lui), quando invece è lei che ritiene opportuno porre fine alla relazione, si va incontro a grandi difficoltà nel rispettare questa decisione. Lui non ammette il fatto di non avere più il potere decisionale all’interno della coppia, non riesce a contemplare l’idea di doversi allontanare da lei per rispettare la sua volontà. Insiste, si apposta, telefona, organizza agguati, non molla fino a che, il più delle volte, arriva a gesti estremi come quello di toglierle la vita. Ebbene la “vittimizzazione secondaria” è quella sorta di intenzionalità  da parte del cronista, nel rendere corresponsabile la vittima delle azioni violente messe in atto dal partner. Come, direte voi, perché un giornalista dovrebbe scrivere un articolo colpevolizzando la vittima? Eppure, è questo il caso di tanti articoli di cronaca che se ben analizzati fanno emergere questa terribile tendenza a corresponsabilizzare la donna che ha subito la violenza: “voleva lasciarlo”. “era vestita in modo provocante”, “era ubriaca”, “usciva da una discoteca”, questa è la serie di piccoli dettagli che si offrono come motivazione al delinquente e che depistano il lettore e lo mettono sulla strada sbagliata, in realtà la donna ha tutto il diritto di voler lasciare un partner, di ubriacarsi, di vestirsi come vuole e di andare in discoteca.

HIMPATHY E FEMMINICIDIO

Purtroppo, la narrazione prende una piega diversa se si descrive l’intenzione dell’uomo come una normale volontà di interagire con la donna: non si dava pace, voleva incontrare la sua ex, la aspettava sotto casa. Tutte descrizioni normali, se non fosse che questa persona (la ex), aveva più volte espresso la sua volontà nel non incontrare più quell’uomo (spesso anche ignorata dalla polizia  nonostante la denuncia specifica fosse stata fatta da tempo). In alcuni articoli non si tende a specificare la gravità del gesto e di come sia una reale violenza fisica anche il solo presentarsi davanti a lei sotto casa(come se la volontà della donna non contasse nulla). Fare la cronaca di femminicidi con frasi ambigue come ad esempio “ad un tratto è partito un colpo che ha fratturato il setto nasale della sua ex tramortendola” oppure “l’uomo desiderava incontrare la sua ex per un’ultima volta”, lascia pensare ad un rapporto armonioso e pacifico fino a quel fatidico momento, inoltre, lascia adito a interpretazioni ben lontane dalla vera violenza messa in atto: “ad un tratto” fa pensare ad una tranquilla atmosfera fino ad un attimo prima (ma prima di quel momento siamo sicuri che andava tutto bene?). Egualmente fuorviante è descrivere la imposizione dell’uomo di vederla ad ogni costo, come un suo “desiderio”, infatti,  è una forma di depistaggio che altera in modo subliminale la percezione della reale prepotenza e della totale mancanza di rispetto verso una persona che esprime la sua volontà, qualsiasi essa sia.

In conclusione, l’Ordine dei Giornalisti fa un ottimo lavoro nell’organizzare corsi di aggiornamento in cui  espone il problema del HIMPATHY, mettendo in guardia i cronisti dalla facilità con cui si può cadere in equivoco, li esorta a pensare in modo corretto e a pesare bene le parole, andando a leggere tra le righe l’effetto che causano. Un giornalista corretto deve prepararsi pesando bene le parole per non correre il rischio di omettere particolari importanti, come ad esempio i veri istinti omicidi, cadendo poi nell’effetto vittimizzante (anche involontario) nella sua narrazione dei fatti, che potrebbe, incredibilmente, risultare priva di colpevoli.

Fotografia di Silvia Amadio MAAM (MUSEO DELL’ALTRO E  DELL’ALTROVE DI METROPOLIZ ROMA)

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