I numeri dietro la cenere
C’è un dettaglio che tutti noi finiamo per dimenticare quando guardiamo le immagini dei notiziari durante le calde giornate estive, ed è il suono sordo che fa una foresta prima di essere inghiottita dalle fiamme, un croccolio secco che parte dal sottobosco arido per trasformarsi in pochi minuti in un ruggito inarrestabile. È il fumo denso che sale verso il cielo scuro, portando con sé l’odore acre della legna bruciata che si deposita sui panni stesi nei balconi e dentro le stanze delle case vicine, lasciando un segno tangibile di qualcosa che sta andando distrutto a pochi chilometri da noi.
Se proviamo a mettere da parte per un attimo il linguaggio dei bollettini di emergenza e osserviamo da vicino cosa rimane sul terreno dopo il passaggio dei soccorsi, ci accorgiamo che la storia degli incendi non riguarda soltanto gli elicotteri che vanno avanti e indietro con le loro taniche d’acqua o le squadre dei vigili del fuoco impegnate fino all’alba. Riguarda soprattutto il giorno dopo, quando la nebbia grigia si dirada e rivela un paesaggio completamente trasformato, dove gli alberi secolari si sono ridotti a scheletri neri piantati in una terra coperta di cenere ancora calda.
I dati raccolti dai sistemi di monitoraggio satellitare indicano che oltre l’ottanta per cento degli eventi parte da una mano umana, a volte per pura disattenzione di chi lascia una cicca accesa o accende un fuoco nel posto sbagliato, ma molto più spesso per gesti calcolati da chi sfrutta il vento secco per liberare spazio o creare scompiglio. Significa che ci troviamo di fronte a un fenomeno che non possiamo liquidare come una semplice fatalità della stagione calda, ma come un’azione precisa le cui conseguenze si trascinano poi per decenni sul nostro territorio.
Quando il suolo boschivo brucia ad alte temperature, la terra perde la sua capacità naturale di trattenere l’acqua delle piogge, trasformandosi in una superficie impermeabile che al primo acquazzone autunno spinge il fango e i detriti verso i paesi a valle. Se poi si allarga lo sguardo all’aria che respiriamo, i rilievi ambientali mostrano come un singolo rogo di vaste proporzioni sia in grado di liberare nell’atmosfera la stessa quantità di anidride carbonica prodotta da migliaia di automobili in circolazione per un intero anno, mandando in fumo in poche ore il lavoro di assorbimento che quegli stessi alberi avevano svolto per decenni.
Di fronte alle colline che cambiano colore ed diventano nere prima dell’arrivo dell’inverno, la sensazione che rimane è quella di una fragilità diffusa a cui non ci possiamo abituare, mostrandoci con chiarezza quanto sia sottile il confine tra la cura del luogo in cui viviamo e la sua improvvisa scomparsa.
Eligio Scatolini

