Nino Agostino, misteri di Stato e verità che non arrivano mai


Palermo. 23 maggio 1992 – No, non è quel giorno. Quello è il giorno della strage di Capaci dove muore il Giovanni Falcone e tre mesi dopo tocca a Paolo Borsellino. Ma tre anni prima, in un’altra zona della città, un’altra coppia muore. In silenzio. Senza clamore, con discrezione. Come certi delitti scomodi, quelli che fanno rumore solo a volerli ascoltare.

Villagrazia di Carini, 5 agosto 1989 – Una festa di compleanno. Il mare poco distante, il sole che batte sui muri caldi di agosto, un cancello che si apre. Antonino Agostino, Nino, agente di polizia, e sua moglie Ida Castelluccio sono lì, al villino dei genitori di lui. Flora, la sorella di Antonino, compie diciotto anni. È una giornata allegra, famigliare, di quelle in cui si stappa lo spumante e si ride forte. Ma Ida ha anche un segreto da rivelare. È incinta, il test è positivo. Nino e Ida si avviano per dare la lieta notizia verso casa di Flora, l’amica del cuore, le due sono legatissime fu proprio lei a fargli conoscere Nino.

Poi, qualcosa succede. Non un’esplosione. Non una rissa. Qualcosa di più preciso. Più calcolato.

Due uomini si avvicinano. Sono armati. Non parlano. Non c’è una minaccia, non c’è una richiesta. Solo il rumore secco degli spari. Antonino viene colpito. Cade. Ma cerca di proteggere Ida, la prende per mano, forse la spinge via. Non basta. Anche lei viene raggiunta dai colpi. Moriranno entrambi.

Una vendetta? Una lite? No. È un’esecuzione.

Nino sapeva, c’è sempre un poliziotto che sa troppo. Nino era uno di quelli. Lavorava alla Sezione Catturandi di Palermo, quella che dava la caccia ai latitanti di Cosa Nostra. Collaborava con Falcone e Borsellino. No, non per modo di dire. Collaborava sul serio. Era uno di quelli che portava i pizzini, che incrociava dati, che leggeva nelle ombre delle intercettazioni. E a casa sua, in un armadio, il padre troverà un rasoio con una scritta incisa: “se mi succede qualcosa, cercate nel mio armadio”. Un messaggio in codice, ma per chi?

Dicevano che aveva in mano qualcosa di grosso. Una chiave. Un collegamento tra la mafia e qualcosa di più. O qualcuno. I servizi, forse. O magari pezzi dello Stato che si muovono solo al buio. Ma queste sono ipotesi. Suggestioni. Misteri.

E i misteri, in Italia, hanno sempre la forma di un’ombra che ti osserva da dietro il sipario.

Dopo l’omicidio, cala il silenzio. Niente attenzione mediatica. Nessuna manifestazione di piazza. Pochi ricordano. Troppo pochi. È strano, vero? Un poliziotto ucciso dalla mafia e nessuno ne parla.

I collaboratori di giustizia iniziano a parlare, negli anni successivi. Dicono cose, accennano, lasciano intendere. Ma quando si avvicinano a quel nome, Nino Agostino, le parole diventano più leggere, più sfocate. Come se ci fosse una linea da non oltrepassare. Come se quel delitto fosse… diverso. Più delicato. Più pericoloso.

Le indagini si muovono lente. Ci sono nomi. Ci sono mandanti. I processi ci sono stati. Alcuni condannati. Ma la verità, quella vera, resta intrappolata in un groviglio di carte, depistaggi e omissioni.

E poi c’è lui. Vincenzo Agostino, il padre. Un uomo che ha deciso di combattere con l’unica arma che gli è rimasta: la memoria. Non ha tagliato la barba da quel giorno. Ha giurato che l’avrebbe lasciata crescere finché non fosse arrivata la verità. Quella barba bianca è diventata un simbolo. Una preghiera muta. Una resistenza ostinata. Ha girato l’Italia, parlato nelle scuole, scritto lettere, affrontato giudici e giornalisti. Ha scavato dove altri hanno smesso. Ha cercato la verità come si cerca un figlio scomparso, ogni giorno, ogni notte, anche quando gli altri dimenticano. Non ha mai mollato, non si è mai arreso, pure dopo la morte di sua moglie Augusta Schiera nel 2019. La sua figura è ricordata come un esempio di impegno e coraggio nella lotta alla mafia. 

Vincenzo è deceduto all’età di 87 anni nel 2024, lasciando un’eredità di impegno e determinazione. 

In questo paese ci sono morti che restano vivi. Perché qualcuno li tiene accesi con la forza della memoria. Antonino Agostino è uno di questi. La sua storia non è solo cronaca nera. È una crepa nel muro. È uno di quei punti in cui la Storia si è piegata e qualcosa ha provato a nascondersi dietro.

Ma la memoria, quando è ostinata, fa male. Disturba. E allora diventa importante ricordare. Perché ogni volta che dimentichiamo, perdiamo un pezzo di verità e ogni volta che un padre lascia crescere la barba per chiedere giustizia, vuol dire che quella verità non è ancora arrivata. E forse, non arriverà mai. Ma noi, almeno, dobbiamo continuare a cercarla.

Eligio Scatolini – Giuliana Sforza

 

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