Il cielo di Hiroshima era azzurro

Spoon River – C’era qualcosa di strano quella mattina. Non lo sapeva ancora, Kenji Nakamura, diciassette anni, studente, uniforme nera e colletto chiuso fino al mento, ma c’era. Era l’aria. Troppo ferma. Hiroshima sembrava trattenere il respiro. Non c’erano nuvole, solo un cielo piatto, azzurro come una lama, e un caldo appiccicoso, viscido, che si incollava alla pelle come un presagio.

 

La città era viva. Una vita semplice, ordinaria, che si muoveva lenta: i risciò che cigolavano sull’asfalto, il suono metallico dei cucchiai nelle ciotole, le voci dei mercanti, e le cicale…
Soprattutto le cicale. Un canto ossessivo, come un avvertimento.

Kenji stava camminando lungo il fiume Ota. Sentiva il rumore dell’acqua, ma non lo ascoltava davvero. Pensava a un compito di matematica, forse. O forse no. Poi successe.

Ore otto e quindici. La luce.

Non bianca. Non gialla.
Una luce che non aveva colore, ma ti entrava dentro. Un’esplosione senza suono, un lampo che non faceva rumore, lo faceva dopo.

Il silenzio che seguì fu irreale. Ma non perché mancassero i suoni. Era un silenzio che ingoiava tutto. Il canto delle cicale, i passi, i respiri. La città.

Poi arrivò l’onda. Violenta, cieca. Kenji fu sbalzato via come un insetto. Atterrò in un fosso, tra polvere, vetri, e pezzi di cose che non riconobbe. I suoi abiti bruciavano ma sentiva solo il calore, uno strano calore che veniva da dentro, come se la pelle si stesse sciogliendo al contrario, dall’anima in fuori.

Si rialzò. O almeno ci provò. Hiroshima non c’era più.

Dove c’era la sua scuola, un cratere. Dove c’era la pasticceria Takahashi solo ossa e brace.
L’aria aveva odore di carne arsa, ferro fuso, fumo. Il fiume… il fiume non era più un fiume. Era diventato nero, denso, e muto.

Camminando vide la signora Hoshiko. Avanzava piano. Non aveva più occhi. Ma aveva ancora la teiera in mano.

I giorni dopo furono un tempo senza orologio. Niente acqua, solo quella piovana. Niente cibo, solo riso bruciato. I capelli cadevano. Le ferite non guarivano. Alcuni si spegnevano in silenzio, come candele nel vento. Dicevano fosse colpa del “vento nero”. Ma nessuno sapeva cosa volesse dire.
E i medici? I dottori?
Non c’erano più. Come se la parola “medicina” fosse bruciata insieme alle case.

Poi arrivò la pace. Sì. Ma non per loro.

Li chiamavano hibakusha. Contaminati. Come se avessero una malattia. O un peccato.

Kenji diventò falegname. Ricostruiva case per una città che non voleva ricordare. Che ricominciava a vivere, ma sempre con lo sguardo altrove.

Si sposò. Ebbe un figlio. Nacque con un buco nel cuore. Morì a tre anni. Ogni tanto, nelle notti senza sogni, la luce tornava. Quella luce. Quel cielo azzurro.

Morì a settantadue anni. Nel suo letto. Il referto parlava chiaro: leucemia. Ma lui lo sapeva. Era morto a diciassette anni. Quel giorno. Alle otto e quindici. Quando Hiroshima diventò ombra. E il cielo, così azzurro, non lo fu mai più.

Eligio Scatolini

 

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