Un Paese in bilico di ispezioni mancate e silenzi assordanti
C’è un’Italia che non finisce nei titoli di apertura. Non urla, non brucia, non esplode. Muore. In silenzio. Ogni giorno. Un’Italia fatta di tute sporche, cantieri sospesi e strade che sembrano inghiottire le persone come crateri aperti sotto i piedi. È quella delle 386 vittime sul lavoro registrate solo nei primi sei mesi del 2025. Un numero. Ma dietro quel numero c’è un rumore sordo. Il rumore di una vita che si spezza.
Rispetto allo stesso periodo del 2024, l’aumento è del +4,6 %. Non serve un investigatore per accorgersi che qualcosa non torna. E infatti qualcosa non torna: 138 di queste morti non sono avvenute in fabbrica, né in un cantiere, ma in itinere, nel tragitto tra casa e lavoro. La strada come trappola. Il tragitto come condanna. Un aumento del +32,7 % rispetto al 2024. E allora non si tratta più solo di sicurezza nei luoghi di lavoro. È tutto il sistema a essere esposto, fragile. In bilico.
Ma chi sono queste vittime? Chi è che muore? Uomini, quasi sempre. 338 uomini contro 19 donne. E anche le donne, in fondo, muoiono due volte: la prima sul posto, la seconda nell’indifferenza. Aumentano le morti tra gli italiani, calano leggermente tra gli stranieri. Ma questo non è un dato rassicurante. È solo un’altra pagina nel fascicolo di un’indagine nazionale che sembra destinata a rimanere aperta.
L’età? Sempre la stessa. Dai 25 ai 34, dai 45 ai 49, e soprattutto dopo i 55. Come se la fine della carriera portasse con sé un rischio in più: quello di non finirla affatto. Di uscire una mattina e non tornare più. Il tasso, in certi casi, arriva a 4,5 decessi ogni milione di occupati. È un pattern. Un copione che si ripete. Una firma.
E i luoghi? I contesti? Ce ne sono tre che tornano sempre, come scene del crimine: trasporti, manifattura, costruzioni. A volte si aggiunge il commercio, ma i primi tre sono i principali sospettati. E non è un caso che il trasporto sia il più letale. La strada è crudele, e non fa distinzioni tra un furgone merci e un’auto aziendale. Il trasportatore, l’operatore logistico: figure di passaggio, invisibili, ma costantemente esposte. Loro sono in cima alla lista.
Poi ci sono le regioni, e anche lì si apre una mappa, una vera e propria carta del pericolo. In rosso sangue: Sicilia, Puglia, Campania, Basilicata, Umbria. Ma non sono sole. Anche il Trentino-Alto Adige, Valle d’Aosta, Veneto, Calabria e Liguria tremano. Invece Lazio, Emilia-Romagna, Sardegna, Marche… lì il rischio sembra più contenuto. Ma basta poco. Una svista, un’assenza di Dispositivo di Protezione Individuale, una scala mal fissata e anche la “zona bianca” diventa un luogo di morte.
Le chiamano “morti bianche”, perché non hanno un movente chiaro. Nessun assassino che scappa ma sono omicidi. Omicidi per omissione, per incuria, per mancata formazione e per controlli che non arrivano mai. Sono bianche perché non fanno rumore ma solo silenzi nelle case.
E se torniamo indietro di un anno, al primo semestre del 2024, vediamo un copione simile. Un numero un po’ più basso (369 morti contro 386), meno incidenti in itinere (104 contro 138), ma la stessa storia. Gli stessi protagonisti. Lo stesso finale.
Ogni vittima ha un nome, ma nei rapporti viene trasformata in una cifra, un asterisco in fondo alla tabella. Ma dietro ogni numero c’è una famiglia che aspetta, un bambino che non capirà mai davvero perché il papà non torna. Non basta contare i morti, serve prevenire i vivi. Serve cambiare la trama.
Perché finché continueremo a parlare di “morti bianche”, continueremo a credere che siano candide, pulite, inevitabili. Ma non lo sono, sono sporche di negligenza, di ritardi, di silenzi e allora, forse è il momento di dire che le “morti bianche” non devono più essere solo un’etichetta.
Devono diventare un’urgenza. Una priorità. Una storia da riscrivere e il finale, stavolta, deve essere diverso.
Eligio Scatolini

