Dal “palcoscenico” dell’ONU
Il grande banco di marmo verde da cui i Capi di Stato parlano all’assemblea generale dell’ONU mi è sempre sembrato, in qualche modo, laicamente sacro. Certamente, non lo avrei mai considerato un palcoscenico per guitti, o una tribuna da campagna elettorale.
Sono rimasto perciò sconcertato da alcuni discorsi tenuti da quello scranno nell’ultima assemblea generale. Ormai, s’è visto, la politica ha rinunciato al suo ruolo più nobile, per ridursi a propaganda, anzi a imbonimento da fiera di paese, con una dose davvero eccessiva di ciarlataneria.
Mi riferisco in particolare al discorso tenuto da Trump. In politica, purtroppo o per fortuna, tutte le opinioni hanno diritto di cittadinanza, ma dovrebbe esserci almeno il limite del rispetto delle verità più palmari e oggettive.
Proprio 10 anni prima, il 24 settembre del 2015, Papa Francesco tenne il suo discorso all’assemblea generale dell’ONU. Fu un discorso storico, perché non parlò di pace, né di religione. Parlò, invece, della crisi climatica, richiamando l’attenzione della politica internazionale verso quel problema. Lo pose come una priorità assoluta della politica, sia per un motivo etico (l’uomo non deve distruggere ciò che Dio ha creato), sia per un motivo del tutto pratico come i gravi danni all’ambiente e la conseguente minaccia al benessere e alla vita dell’umanità nel suo complesso, dalle più povere alle più ricche società e nazioni. Francesco, persona colta e dall’intelligenza affinata alla scuola dei gesuiti, non pensava nemmeno di mettere in dubbio ciò che la comunità scientifica mondiale ha da tempo acclarato: che c’è una crisi climatica globale, dovuta all’eccesso di emissioni di CO2, che ci costerà sempre più cara.
Trump, nel mettere in dubbio la crisi climatica in modo così facilone, ha certificato i propri limiti culturali ed intellettuali. Non basta, infatti, la faccia di tolla per negare ciò che è stato da tempo scientificamente provato; bisogna essere anche molto ingenui.
Ma ormai sembra vero ciò che viene ripetuto e amplificato dai mezzi di comunicazione di massa, come i social e la televisione. D’altronde come mettere in dubbio ciò che si legge su “truth”? Un tempo c’era solo un giornale che si chiamava “verità”, come il social di Trump, ed era la “Pravda”, organo ufficiale del PCUS sovietico. Data la mancanza di democrazia nell’URSS, quel nome sembrava piuttosto ironico e si dava per scontato che buona parte delle notizie che pubblicava fossero false. Oggi il vezzo di chiamare “verità” ciò che diffonde bugie e propaganda è passato, ironicamente, ai paladini del capitalismo, in USA come in Italia.
Ma poi, come è possibile negare quel che è sotto gli occhi di tutti, cioè che il clima è cambiato e che ci sono sempre più fenomeni climatici estremi? Forse che la California non brucia ogni anno in modo sempre più violento e pericoloso? Forse abbiamo dimenticato gli innumerevoli eventi, per i quali in America si è coniato il termine di “billion‑dollar disasters”, come la tempesta invernale Uri in Texas e l’uragano Ian in Florida e nel Sud-est degli USA? È stato calcolato che tra il 2013 e il 2022, i disastri climatici con danni superiori al miliardo di dollari ciascuno hanno avuto un costo complessivo superiore ai mille miliardi di dollari negli Stati Uniti. Un rapporto dell’International Chamber of Commerce (Camera di Commercio, non un gruppo di “fanatici” ambientalisti) stima che gli eventi climatici estremi abbiano causato oltre 2.000 miliardi di dollari di perdite economiche globali nel decennio 2014‑2023. Quelli che hanno perso la casa, le risorse economiche e qualche volta la vita certamente lo sanno che il cambiamento climatico c’è e fa gravi danni.
Ma una quota dell’elettorato americano, ormai da anni indottrinato dagli esponenti MAGA, è disposta a credere alle panzane di Trump, ora autorevolmente rilanciate dalla tribuna più importante del mondo. E tra i cattivi maestri non si può dimenticare Charlie Kirk, anche lui scettico sulla crisi climatica globale. Ha definito “assurdità, frottole, sciocchezze” le affermazioni che parlano del cambiamento climatico come di una “minaccia esistenziale”. Ha affermato che “non ci sono dati fattuali” a supporto del riscaldamento globale, e che gli scienziati non sanno se è causato da CO₂, macchie solari o variabilità naturale. Ha descritto l’attivismo climatico come una sorta di religione o ideologia sostitutiva, dicendo che certe narrative sul clima servono a indottrinamento o controllo. Lui sosteneva che il consenso del 99% degli scienziati sul cambiamento climatico “non lo convince”: “che dire dell’un per cento? La scienza non è una democrazia, noi non votiamo sulla gravità, non votiamo sulla seconda legge di Newton”. Come se quel 99% fosse espressione di un voto e non di ragioni concrete e di fatti verificati; comunque, solo il suo pubblico poteva bersi simili castronerie e continuare ad applaudirlo.
Credo che tanta disonestà intellettuale ci faccia capire quanto bassa sia la credibilità di una certa politica anche su altri argomenti, come i dazi, la guerra in Ucraina e a Gaza, e tutti gli altri temi di politica economica e geopolitica.
Se l’America è messa male, l’Italia non sta molto meglio, visto che la nostra premier è in completa sintonia con Trump e che (sono sue parole) Italia e USA parlano la stessa lingua; e la commemorazione di Kirk tenuta alla Camera lo conferma.
Cesare Pirozzi

