Mauro Rostagno: il silenzio che fa rumore
È il 26 settembre del 1988 e una macchina è parcheggiata su una strada sterrata, in mezzo al nulla. È una sera è calda e umida, l’ultimo scampolo di estate, e si percepisce l’odore di polvere. In quella macchina c’è un uomo, ha i capelli arruffati, e indossa una camicia chiara, sorride, almeno sembra. Si chiama Mauro Rostagno è un giornalista ma anche sociologo. Mauro è un ex sessantottino, ma soprattutto è uno che non si volta dall’altra parte.
Uno sparo e colpo arriva preciso. Poi un altro e un altro ancora. Cala il silenzio. Mauro viene ammazzato così, con una fredda calma, come si fa con chi dà fastidio. Un’esecuzione pulita, nessun avvertimento, nessun foglietto, l’unica traccia lasciata è il suo sangue, e il botto cupo della porta che si chiude sul giornalismo d’inchiesta. Chi indaga rompe le scatole, e non ci sta a stare zitto.
Perché Rostagno, in quel periodo confuso che erano gli anni Ottanta in Sicilia, faceva proprio questo. Indagava ma soprattutto parlava, alla radio, in televisione, ovunque potesse. Mauro non stava zitto, raccontava cose, faceva nomi, descriveva fatti di boss e potentati, logge massoniche e appalti truccati. Una volta disse: ‹‹La mafia non è invincibile. Ma è vendicativa››. Era consapevole a cosa andava incontro.
E allora perché? Perché un uomo che ha girato il mondo, che ha fondato comuni hippy in India, che ha vissuto la rivoluzione sessantottina con il sorriso, poi finisce a Mazara del Vallo con un microfono in mano a sfidare la mafia? Per amore, forse, o per rabbia o solo perché non sapeva vivere diversamente.
Aveva capito che lì, in quella terra dimenticata da Dio e dalle istituzioni, si giocava una partita più grande e ci si è buttato dentro, con il suo modo strano di vestire, con le sue frasi a metà tra la filosofia e il pugno nello stomaco, ‹‹La verità è una cosa semplice. Il difficile è trovarla››.
Gli amici lo chiamavano Mauro, senza cognome, perché era uno che entrava nelle vite degli altri con rispetto, ma lo faceva senza chiedere permesso. Nella sua comunità terapeutica, Saman, curava i tossicodipendenti come fossero fratelli e quando parlava di mafia, lo faceva con la stessa voce con cui parlava ai ragazzi in crisi usando un tono fermo, irritante, per chi invece voleva il silenzio.
Ci sono voluti più di vent’anni per dire che a ucciderlo fu cosa nostra. Vent’anni di depistaggi, di piste false, di silenzi complici per giungere a una verità giudiziaria che non consola. Perché Mauro è morto da solo, ma non per caso. Era scomodo, Mauro Rostagno e quelli come lui, si sa, spesso fanno una brutta fine. Ma la sua voce, quella no, non l’hanno mai ammazzata.
Eligio Scatolini – Giuliana Sforza

