Ombre e pietre di Sepino
Sepino non è un luogo che si visita soltanto. È un luogo che si attraversa e che, nel farlo, ti attraversa a sua volta. Le sue pietre non si limitano a raccontare: osservano, aspettano, a volte interrogano. Qui, tra le rovine della città romana diSaepinum, il silenzio ha una consistenza diversa, quasi liquida, come se filtrasse attraverso le colonne e le strade lastricate per tornare indietro nel tempo.
Fondata in età romana tra il I secolo avanti Cristo e il I secolo dopo Cristo, Saepinum nacque ai piedi del Matese, dove prima sorgeva un insediamento sannitico noto come Terravecchia. I Sanniti, popolo fiero e tenace, avevano scelto le alture per difendersi meglio. I Romani, invece, preferirono la valle, più adatta al commercio e al controllo del territorio. Il nome stesso di Sepino deriva da “saepes”, siepe, recinto: un confine fisico e simbolico, una linea sottile tra civiltà e natura, tra passato e permanenza.
Camminando lungo il decumano si incontrano i resti di porte monumentali, come la Porta Bojano e la Porta Benevento, costruite in pietra calcarea locale e ornate da iscrizioni che ricordano magistrati e benefattori. Le mura, perfettamente conservate in alcuni tratti, abbracciano ancora l’antico abitato, proteggendo un teatro, un foro, terme, botteghe e case. In quelle pietre la vita di duemila anni fa appare sospesa, come se qualcuno l’avesse solo messa in pausa.
Il teatro, costruito in epoca augustea, poteva ospitare fino a duemila spettatori. Non era solo un luogo di svago, ma anche di incontro e di riconoscimento collettivo. L’acustica, ancora oggi, sorprende chi prova a parlare dal centro dell’orchestra. È lì che si comprende come gli antichi conoscessero la scienza dei suoni e delle emozioni. Poco distante, le termeraccontano l’altra metà della vita pubblica: quella della cura del corpo, della conversazione, dell’attesa.
Non è difficile immaginare il vociare dei mercanti nel foro, tra le botteghe dove si vendevano stoffe, olio e vino. Gli archeologi, nel corso degli scavi iniziati sistematicamente negli anni Trenta del Novecento, hanno trovato monete, anfore, strumenti domestici. Oggetti minuti che ricompongono l’ordito quotidiano della città. Oggi sono custoditi nel Museo di Sepino, ospitato nel Palazzo Iazeolla, a pochi passi dal sito.
Il tempo, però, non è stato sempre gentile. Le invasioni, i terremoti, l’abbandono progressivo dopo la caduta dell’Impero hanno trasformato la città in un rifugio silenzioso per pastori e viandanti. Eppure, il miracolo è che Sepino non è mai scomparsa davvero. È rimasta lì, con la sua piazza romana intatta, il suo cardo e il suo decumano che si incrociano ancora come vene che portano sangue alla memoria.
Oggi il sito archeologico è considerato uno dei più suggestivi del Molise. È gestito con attenzione dal Ministero della Cultura attraverso la Direzione regionale musei, e continua ad accogliere studiosi e visitatori. Gli eventi culturali che si svolgono ogni estate (concerti, rappresentazioni teatrali, laboratori didattici) cercano di restituire al luogo la sua funzione originaria, quella di spazio condiviso, aperto, dialogante.
Passeggiando tra le colonne, si percepisce un equilibrio raro tra natura e architettura. L’erba cresce tra le pietre ma non le soffoca, il vento porta con sé odori di legno e di terra. Ogni suono, anche un passo, sembra amplificarsi. È come se il paesaggio respirasse insieme a chi lo attraversa. In certi momenti pare di sentire un’eco lontana, il rumore di una porta che si chiude, una voce che chiama da una casa che non c’è più.
Raccontare Sepino non significa soltanto descrivere un sito archeologico ben conservato. Significa entrare in relazione con un’idea di continuità, con la percezione che il passato non è un museo, ma una materia viva che chiede di essere capita e custodita. Le scelte di tutela non sono mai neutre: coinvolgono la comunità, le istituzioni, chi vive ogni giorno accanto a queste pietre. Conservare, in questo contesto, non è bloccare, ma permettere che la memoria resti accessibile e leggibile.
Sepino è, in fondo, una lezione di tempo. Qui si comprende che la storia non è un racconto da imparare, ma un’esperienza da vivere. Le rovine non sono vestigia di morte, ma strumenti di conoscenza. E chi le visita, se ascolta davvero, torna a casa con un dubbio, forse il più prezioso di tutti: capire quanto di noi stessi resti inciso, anche senza saperlo, nella pietra del mondo.
di Eligio Scatolini e Giuliana Sforza
Informazioni utili
Sito archeologico di Altilia-Sepino
📍 Località Altilia, Comune di Sepino (Campobasso) – Molise
Accesso e orari:
Il sito è aperto tutti i giorni, con ingresso gratuito. Gli orari possono variare secondo la stagione. In genere, il complesso è visitabile dalle 9 alle 19 nei mesi estivi e dalle 9 alle 17 nei mesi invernali. È consigliato verificare sul portale ufficiale della Direzione regionale Musei Molise.
Come arrivare:
Da Campobasso si raggiunge in circa 25 minuti d’auto, percorrendo la SS17 in direzione Benevento e seguendo le indicazioni per Sepino-Altilia. Parcheggio gratuito disponibile presso l’ingresso principale.
Contatti e visite guidate:
📞 +39 0874 790101
🌐 www.musei.molise.beniculturali.it
Visite guidate e attività didattiche su prenotazione. Durante il periodo estivo sono previsti eventi serali e rievocazioni storiche.

