Il passo silenzioso di Tita Buccafusca
Tita Buccafusca non cammina. Avanza. Muove i piedi come se stesse misurando il terreno prima di reclamarlo, un passo dopo l’altro, lenta e inesorabile. La gente la vede arrivare da lontano e subito cambia espressione. Non perché Tita incuta paura. Non nel senso classico. Il suo è un effetto diverso. È come una corrente d’aria fredda che entra sotto la porta quando nessuno se l’aspetta.
Tita è minuta, quasi fragile, con quegli occhi scuri che sembrano sempre impegnati a leggere qualcosa oltre la persona che ha davanti. In paese dicono che capisca tutto prima che accada. Che annusi i guai come i cani sentono il temporale. Nessuno però lo ammetterebbe a voce alta. È più semplice ridere. Dire che la Buccafusca è strana. Una parola comoda, che non impegna.
La verità è che Tita porta con sé una storia che nessuno ha voglia di ascoltare. Una storia fatta di silenzi che pesano più di mille urla. Quando era ragazza si muoveva sempre ai margini. Nessuno sapeva davvero dove andasse o cosa combinasse. C’erano voci, certo. Chi la voleva complice dei pescatori di frodo. Chi la immaginava a custodire segreti di famiglia che avrebbero fatto tremare mezza regione. Chi sosteneva che avesse una memoria infallibile e che potesse ricostruire interi avvenimenti anche molti anni dopo. Tita non ha mai confermato né smentito nulla.
Un giorno cominciò a presentarsi sulla soglia della caserma dei carabinieri. Arrivava all’alba con lo stesso passo misurato e portava un foglio piegato in quattro. Lo consegnava senza dire una parola e se ne andava. Sul foglio c’erano nomi, luoghi, date. Poche righe che sembravano uscite da un vecchio poliziesco. All’inizio i militari ridevano. Poi cominciarono a controllare. E ogni volta quello che Tita scriveva trovava una conferma. Una bagnarola abbandonata nel canneto. Un magazzino usato per scambi notturni. Una vecchia ruggine di famiglia che stava per tornare a galla.
Non era una collaboratrice. E non era una delatrice. Era qualcosa a parte. Qualcosa che si muoveva fuori dalle categorie. Quando il maresciallo la chiamò per ringraziarla, lei rispose soltanto che certe cose non le piacevano. Disse che il paese respirava meglio quando qualcuno metteva ordine.
il 16 aprile 2011, Tita ingerì acido muriatico, verrà trasportata in ambulanza all’Ospedale Civile di Reggio Calabria dove morirà nella mattinata del 18 aprile, dopo due giorni di straziante agonia. Di lei si parla ancora sottovoce, come si fa con i personaggi che sembrano appartenere più alle leggende che alla realtà e ogni tanto, quando il vento gira, si ha l’impressione che Tita, come da viva non cammina, avanza e sappia qualcosa che noi non sappiamo ancora. Qualcosa che preferiremmo scoprire o forse mai.
di Eligio Scatolini e Giuliana Sforza

