La forza della fragilità

La poesia dell’immaginario annessa alla realtà quotidiana. Una poesia che oltrepassa le differenze di genere fra la poesia stessa, la prosa lirica, lo scritto e la prosa discorsiva, dove la metrica assume il ruolo da protagonista. Silvia Cozzi presenta il suo libro “Poesie dei giorni di vento” nelle stanze affrescate del museo archeologico di Monterotondo. L’evento con il patrocinio del comune e la presenza della assessora alla cultura Alessandra Clementini, condotto da Silvia Di Tosti e Paolo Buzzacone, con le letture del bravissimo Andrea Vasone accompagnato alla chitarra dal maestro Franco Tinto, ha riempito lo la sala. La poesia, con Silvia Cozzi, si riprende gli spazi di autenticità e partecipazione, abbattendo le barriere della comunicazione dentro il suo linguaggio quotidiano e universale.

La poesia di Silvia Cozzi lavora dentro ognuno di noi per far emergere la coscienza profonda del sentire e nel contempo abituarci alla fragilità della bellezza. Una fragilità che può divenire forza quando si è in grado di cogliere la vicinanza degli affetti e dell’amore anche nel più piccolo dei gesti.

Il libro è diviso in tre capitoli: Poesie di terra e cielo, Poesie d’amore, Poesie in romanesco; tre luoghi dell’anima dove la poetessa esprime le sue domande, ma anche le riflessioni che l’accompagnano in questo suo personalissimo modo di porle. Così nella poesia “I bambini di Gaza” ci inchioda alle nostre coscienze per risvegliare dal torpore la nostra capacità di indignarci.  La scrittura di Silvia Cozzi, impulsiva, scherzosa, romantica, sensuale, ammaliante, malinconica, impegnate, sociale, gioiosa e dialettale, muove dalla concretezza delle cose per elevarle alla spiritualità della percezione. Dai luoghi del quotidiano agli universi sconosciuti del dolore e della malinconica bellezza del vivere “…nessuna estate ha sapore di neve. Le piogge rubate all’autunno trascinano sabbia africana”.  Alla leggerezza “calviniana” si accompagna una leggerezza espressiva, fatta di versi, costruita con parole semplici, ma è una semplicità apparente. Esso, il linguaggio di Silvia Cozzi, è il risultato straordinario di una rigorosa e lucida padronanza dei versi e della metrica. L’effetto di questa padronanza è quello di un continuo, imprevedibile scaturire di sensazioni e emozioni “Io e te sentivamo tutto, dalla punta delle dita/ alle pieghe nascoste dell’anima…”. Silvia lascia fluire il suo sentire, sia esso triste e malinconico o gioioso e amorevole, ponendo delle riflessioni profonde che mettono in discussione la quotidianità di ognuno, così in La metamorfosi, mette il lettore difronte alla banalità della indifferenza di una vita priva di emozioni: “È la banalità che mi spaventa, le frasi dette ad arte, la finzione…”. Versi che aprono ferite e conducono alla consapevolezza della inutilità della vita vissuta sul nulla, ma non ci abbandona in questo nulla quotidiano. Silvia, con la forza della sua fragilità ci trasmette ciò che affiora sulla sua pelle: Ti sento, nelle carezze scappate di mano, sulle labbra impazienti, dischiuse a tanti immaginati sorrisi…

di Claudio Caldarelli

 

 

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