L’Impero fuori dei cardini

Il tempo è fuori dai cardini / o destino maledetto che proprio io sia nato per rimetterlo in sesto!”, fa dire Shakespeare nell’Atto I, scena ad Amleto. Più che il tempo, però, sembra l’Impero americano a essere tanto pericolosamente fuori squadra da trascinare nello scardinamento l’intero pianeta. E se l’intento dell’Imperatore fosse proprio quello di scardinarlo del tutto per rimetterlo su un nuovo asse per rinnovare la propria non più discutibile supremazia? C’è un’altra famosa battuta di dialogo, sempre nell’Amleto. Il personaggio di Polonio afferma: “C’è un metodo nella sua follia”. Un metodo pirotecnico, che nella forma può apparire inedito, ma che in realtà è la sostanza di quello che ha sempre fatto l’intero Occidente per innalzare la gloria dei propri valori, civiltà, democrazia. Saccheggiare con il colonialismo le ricchezze, le risorse, la forza lavoro, del Terzo e Quarto Mondo, ossia dei Dannati della Terra, come recita il titolo del celebre libro di Franz Fanon del 1961. Lo sviluppo economico, dei diritti civili, politici, sociali, salariali in patria non è che la maschera della rapina. Le quotidiane Santissime Messe del potere, della propaganda, della cultura di celebrazione del primo, occultano completamente alla vista la seconda. Questa frattura tra interno ed esterno viene da lontano. La prima storica forma di democrazia, quella ateniese nell’Antica Grecia del IV sec a. C, è basata su tale contrapposizione. Dentro coloro che sono considerati cittadini della polis; fuori tutti coloro che – oltre a quelli delle colonie esterne conquistati, sottomessi – pur essendo interni alla città sono ugualmente fuori: donne e schiavi. Queste/i sono la fonte interna da sfruttare per il benessere e i privilegi dei cittadini, le colonie quelle esterne.

L’evoluzione degli equilibri mondiali raggiunti nello scorso secolo, però, sono completamente anch’essi fuoriusciti dai cardini. La caduta del Muro di Berlino nel 1989, il conseguente crollo dell’Unione Sovietica, la turbo espansione economica della Cina, la formazione sebbene contraddittoria dell’Unione Europea, e da poco anche dei Brics squarciano un colpo d’occhio strategico planetario maestosamente mutato. La potenza, travolgente, in continuo avanzamento della teco-scienza relega definitivamente il precedente assetto internazionale ad archeologia modernariale. Panorama che svela soprattutto il Re Nudo; e a gridarlo non è più soltanto il bambino della famosa favola di Andersen. L’Impero americano – uscito dai cardini della spartizione duopolistica mondiale con la non più esistente Urss – si scopre sul punto di collassare su sé stesso. L’ammasso di dimensioni stellari del suo debito interno, illustra bene quello che dicevamo prima. L’attuale multi centrismo mondiale non gli consente più di scaricarlo addosso al fuori. In più, gran parte di questo ammasso debitorio è in mano dell’avverso demone-dragone cinese. La crisi dell’industria di tipo novecentesco, la già pressante disoccupazione da ipertecnologica, che colpisce la fascia media, la concorrenza salariale al ribasso rappresentato dallo sfruttamento interno immigrazione latinoamericana, fa saltare la lunga stanga cui erano legati i pingui vitelloni del suo benessere da super bistecche T-bone.

Per questo l’Impero butta via la machera ipocrita del vecchio colonialismo e va a rapinare senza più tante ipocrisie ed edulcorazioni quello che gli serve per tornare agli antichi fasti suprematisti. Mentre prima erano le lodi alla grazia della ricchezza interna a occultarla, ora sono le grida rauche della miseria a pretenderla. Maga, Make America Great Again, significa questo: razziamo il razziabile, ovunque si trovi; riprendetevi i morti di fame venezuelani, messicani, centro e sud americani, e ridateci petrolio e materie che ci spettano di forza, perché non ce ne può sbattere di meno del diritto. Questo insieme alla morale, ai valori, alla verità li abbiamo ammassati nel deposito delle contorte ferraglie arrugginite del ’900. Tutta questa roba ora è riunificata sotto un unico monosillabico pronome: l’Imperial-glorioso Noi!

Ci regala un’altra celebre battuta l’Amleto: “C’è del marcio in Danimarca”, Atto I, Scena IV. Non dimentichiamo, infatti, che il protagonista shakespeariano per eccellenza è Principe di Danimarca. E i soprusi recenti di quest’ultima nei confronti della popolazione groenlandese originaria sono davvero raccapriccianti. Donne e anche bambine Inuit forzatamente sterilizzate; bambini rapiti per civilizzarli; divieto e dura repressione contro l’uso scritto e parlato della loro madrelingua. Il progettato impossessamento imperiale della Groenlandia è la continuazione con altri mezzi di quel marcio. All’Imperatore, infatti, non solo non gliene frega niente dei diritti dei popoli, anzi, li vuole proprio spazzare via. In Venezuela, una volta sbandierato Maduro in manette, ha lasciato al governo la sua vecchia giunta, a scanso di equivoci che con quella della vecchia opposizione si possa reclamare la democrazia. In quanto a un possibile acquisto in dollari sonanti e contanti, è sbalorditivo quanto nessuno nei media e social media ricordi che gli Usa un bell’ammasso di “cubetti di ghiaccio” per  i loro whisky già lo hanno comprato nella storia. Si tratta dell’Alaska, acquistata dall’Impero Russo nel 1867. Costo: 7,2 milioni di dollari, ossia 2 centesimi ad acro o 4 centesimi a Kmq, corrispondenti a 151 milioni e più di oggi. L’accordo fu firmato da William Seward, allora Segretario di Stato. Follia Seward, chiamarono l’operazione. Ma c’era del metodo anche in quella follia. Giacimenti di oro, petrolio, gas naturale e altro si trovava sotto quei cubetti di ghiaccio. Mai ammasso di dollari fu meglio folleggiato.

Ora l’Unione Europea invierà dei soldatini di piombo nella neve su quell’estremo lembo continentale. Forse, però, quale vera origine della civiltà occidentale, oltre la demarcazione di quel margine, all’Europa spetta proprio il destino maledetto per rimetterlo in sesto il tempo storico, cominciando a tracciare la mappa di una nuova civiltà oltre l’auto scardinamento dell’impero.

di Riccardo Tavani

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