Cine-pillole inizio 2026

Divine Comedy. Ali Asgari, che ha studiato al DAMS di Roma Tre, mette a segno un serio dramma in commedia con Vespa color rosa. È ormai la sua cifra stilistica narrativamente e artisticamente pregnante. Siamo a Teheran nei nostri giorni. Il regista Bahram e la sua ragazza, nonché produttrice, Sadaf, percorrono tutti i gironi della censura politica a Teheran per tentare di proiettare il loro film bollato da divieto. Bahram ha un fratello che realizza invece commedie di successo e gradite al regime, e questo non fa che aggravare la sua posizione, perché le autorità pretendono che lui ne segua l’esempio. Così che la sfida per lui diventa quella di proiettare ugualmente da qualche parte il film con un pubblico pagante. Le immagini televisive della caduta del regime di al-Assad speriamo siano augurali… non solo per Bahram e Sadaf. Distribuzione Teodora Film. Durata 98 minuti.

Sirāt. Inizia come il più classico dei road movie ma poi sbanda in altro. Il titolo ha il suo significato nella religione islamica. È il ponte sottilissimo sospeso sull’Inferno che dopo la morte le anime devono attraversare. Ma indica al contempo anche la via che i vivi dovrebbero percorrere per salvarsi. Un padre è alla ricerca della figlia sperduta in qualche rave musicale tra il Marocco e la Mauritania. Con lui è il suo figlio adolescente. Per evitare i posti di blocchi dell’esercito che cerca di impedire il rave, si unisce a dei veterani dei rave, diretti proprio in Mauritania. Fin qui, a parte le location e le tormente di sabbia del deserto, niente di tanto nuovo nel genere road. Così che proprio cominci anche un po’ ad annoiarti accade qualcosa di improvvisamente allucinate, anche se girato con estremo realismo. Nonostante la pesantezza tragica di quanto accaduto, il viaggio riprende. Si ferma su una spianata desertica per mettere giù le casse musicali e rollare canne per scrollarsi di dosso tutto. Si abbandonano danzanti alla musica e al fumo, quando un anello dietro l’altro la tragicità allucinante e allucinatoria si ripete inarrestabile. Appunto: è realtà o delirio simbolico. Esistenziale, religioso, o entrambe le cose insieme? Stanno venendo tutti giù dall’infernale Sirāt? E perché? Cose come il rave e altre simili modi di vita e di sballo occidentali sono la via della perdizione, e quindi non può che verificarsi la giusta condanna? Film geniale per alcuni, abuso della pazienza degli spettatori per altri. Personale: la seconda che hai detto. Premio della Giuria, Cannes 2025. Distribuzione Mubi. Durata 120 minuti.

Vita privata. Tra psicoanalisi e giallo con Jodie Foster direttamente in lingua francese. Lilian Steiner, strizzacervelli in crisi, finisce da una specie di ipnotista fattucchiera 5G, che la guida per tentare di risolvere il mistero della morte di una sua paziente. Lei stessa è implicata, avendole prescritto una ricetta medica in modo poco avveduto. Il giallo si infittisce anche di toni di commedia, richiami, citazioni più o meno dirette a Hitchcock e Woody Allen. Jodie Foster e Daniel Auteuil ingranano bene insieme, dando a un film non del tutto imperdibile una schicchera in più per apprezzarlo. Ma soprattutto smetteranno, con psicanalisi o ipnosi, di fumare non tanto i personaggi di questa vicenda, quanto quelli di tutto il cinema in cui abbonda sempre di più il fumo a scopo di propaganda e spaccio commerciale? Distribuzione Europictures. Durata 105 minuti

La villa portoghese. Un gradevole racconto iberico-portoghese sul paradosso di uno geografo che si perde. Smarrendo la moglie serba, Fernando, tranquillo prof di geografia spagnolo, smarrisce anche sé stesso. Si licenzia dalla scuola. Finisce in Portogallo che gli mette addosso, senza che lui faccia niente, i panni del suo nuovo lavoro: il giardiniere. Giusto: dalle piante geografiche sulle pareti delle aule scolastiche o sulle pagine di un atlante, a quelle da curare tra le aiuole dei giardini. La villa portoghese del titolo è dove provare a fare attecchire la tristezza, lo spaesamento esistenziale che gli fioriscono come una maschera vegetale sul viso. Pur avendo al centro questo remissivo maschio senza pace, la geografia dei sentimenti di questo film è tutta femminile. Tra le protagoniste rincontriamo Maria de Madeiros, apprezzata attricce e attrice portoghese. Distribuzione Academy Two. Durata 114 minuti.

Ultimo schiaffo. Sorella e fratello con un destino da schiaffi in cerca di disperato riscatto: sorprende e convince. Petra e Jure vivono in un vecchio bus camper, con pochi spiccioli per campare, e sempre di punta per arraffarne qualcun altro in qualsiasi modo. La loro madre è ricoverata fuori di testa senza speranze, che non riconosce più neanche la figlia. In quel paesino friulano c’è un posto dove si fanno scommesse clandestine a chi regge, senza cadere o inginocchiarsi, gli schiaffi menati da mani e bicipiti alla Hulk. Petra va ogni tanto a puntare e perlopiù a perdere soldi. Per caso ritrovano il cane scappato di un’anziana del posto e tentano di svoltare con la cosiddetta lauta ricompensa. Il paesaggio innevato e gelato dove tutto si svolge, alla Vigilia di Natale, non è un mero sfondo, ma costituisce un personaggio vero e proprio del film. Rappresenta, infatti, la crudeltà, l’indifferenza, l’ostilità verso chi è schiacciato da quelle avversità sociali che colpiscono soprattutto i giovani. Una scena richiama la famosa scena della pasta e ceci de I soliti ignoti, 1958, di Mario Monicelli.  Distribuzione Tucker Film. Durata 110 minuti.

No other choice – Non c’è altra scelta. Iper rutilante black comedy al tempo della iper tecnologia. Man-su, specialista nella produzione della carta, viene licenziato dopo 25 di appezzato lavoro, causa le innovazioni che sconvolgono l’organizzazione e i sistemi di produzione, riducendo spaventosamente il numero di occupati. Le alternative che offrono a questi licenziati sono delle autentiche prese in giro per attenuare l’impatto sociale del provvedimento e lasciarlo decantare, dissolvere. Non c’è altra scelta, dunque, che giocare sporco e senza pietà per nessuno. Il regista sudcoreano Park Chan-wook per darci un corrispettivo scenico di tale dimensione crudele e cruciale della concorrenza letale tra individui che si è aperta nel mondo del lavoro, usa una cifra narrativa e stilistica esagerata, fracassante, iperbolica, che non si fa alcuno scrupolo di uscire dalle righe, ma lo fa consapevolmente, perché altrettanto mostruosa è la crisi che denuncia. Distribuzione Lucky Red. Durata 139 minuti.

Orfeo. Un piccolo film, di bassa circolazione, ma di alta sorpresa e apprezzamento per chi lo ha visto. Il regista Virgilio Villoresi firma un’opera originalissima e bene realizzata, pur traendola da due fonti, una mitologica classica come Orfeo ed Euridice, l’altra novecentesca come il romanzo del 1969 di Dino Buzzati Poema a fumetti. Orfeo suona il piano al Polypus, un locale notturno dove una sera entra Eura Storm. È reciproca tempesta sentimentale al primo sguardo in la minore e tocco al piano di re bemolle. Ma lei sparisce. Lui la vede essere inghiottita dentro un buio palazzo davanti a casa sua. Riesce a entrare anche lui: più che un aldilà e uno stilizzato al di sotto. Sono gli Inferi in chiave liberty, popolato di diavoli, creature, abbigliamenti, arredamenti e situazioni che corrispondono a vari generi cinematografici che questo film riesce a far ruotare prodigiosamente insieme: fantasy, realismo e surrealismo, animazione, live action, tutto in rara e raffinata armonia anche nella distonia. Distribuzione Double Line. Durata 74 minuti.

di Riccardo Tavani

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