Ammazzare stanca
Nei suoi ormai numerosi film e documentari il regista Daniele Vicari ha messo a punto una sua personalissima cifra stilistica e narrativa: realtà e attualità. In questo suo ultimo film, però, ci racconta una vicenda sì reale, ma di mezzo secolo fa, dunque non così tanto apparentemente attuale. Ma è proprio così? Intanto andiamo alla dimensione del reale. Il film è liberamente ispirato all’omonimo libro autobiografico del 1992 di Antonio Zagari, giovane killer ‘ndrangetista con una ventina di ammazzamenti sul groppone. Antonio è figlio di Giacomo che dalla Piana di Rosarno e Gioia Tauro in Calabria, si trasferisce con tutta la famiglia a Buguggiate, nel Varesotto, dove si lega immediatamente agli altri malacarne, già lì da tempo insediatisi. Libro e film sono così non soltanto un memoir, un racconto personale e familiare, ma una vera e propria pagina di storia nazionale sull’infiltrazione e trapianto della ‘ndrangheta nel Nord Italia. Pagina via via salita nella cronaca nazionale e tuttora quanto mai – attuale.
La spietatezza di Giacomo non è solo nella sua figura d’indiscusso capo criminale della zona, ma anche in quella di padre padrone: della sua famiglia, e dei suoi figli in particolare, Antonio, il più grande ed Enzo, il più piccolo. Due fratelli molto legati l’uno all’altro, ma totalmente sottomessi al volere e ai comandi paterni. L’unico punto di libertà loro concesso, anche se mal tollerato dal padre, è che parlino con l’accento lombardo e non calabrese. Contemporanea alla pagina banditesca della famiglia Zagari, scorre quella storica sociale con i movimenti studenteschi e le lotte operaie che caratterizzano fortemente l’Italia di quegli anni. D’altronde Antonio l’inflessione lombarda l’ha assorbita nei capannoni e nelle officine in cui ha lavorato come operaio, direttamente a contatto, pur se separato dai problemi sindacali. Daniele Vicari è abile nell’intrecciare anche questo squarcio, ossia senza insistervi troppo, per farci intendere come ci sia stata un’influenza, un’osmosi, non soltanto inconscia, attivamente percepita da Enzo e Antonio, che rendeva loro sempre meno tollerabile il cieco strapotere patriarcale che li schiacciava. Nel reale filmico, nel suo lato di azione omicida armata, esecuzioni mortali en plein aire, da parte dei due fratelli, Vicari si dimostra anche mai banale ed efficace regista di messinscena live action, ossia non tanto fini a sé stessa, quanto atte a sviluppare sia la vicenda, sia l’evoluzione psicologica, emotiva dei personaggi.
Ed è qui che il film stacca il suo più autentico segno di attualità. Giacomo costringe i figli a partecipare a un rapimento e a un ammazzamento atroce che distrugge letteralmente la vita di Enzo, portando così Antonio al vomito, al rigetto vero e proprio di quella abnorme e abominevole autorità paterna. È un monito ben preciso, e quanto mai non solo attuale, ma anche proteso verso il futuro prossimo, all’autoritarismo crescente nella realtà mondiale presente. Oltre un determinato limite non si può andare: l’originario senso di giustizia universale e ultra temporale non lo perdonerà.
Da elogiare anche le prove attoriali di Gabriel Montesi, Selene Caramazza, Vinicio Marchioni, Andrea Fuorto, e le musiche di Theo Teardo, ormai una presenza pressoché fissa nel cinema di Daniele Vicari. Distribuzione 01 Distribution. Durata 129 minuti.
di Riccardo Tavani

