La metafora del metateatro

La metafora del metateatro: ovvero, ciò che appare non è. La realtà rifrange nello specchio, trasformando l’immagine di rimando in una illusione simile alla realtà che rifiutiamo di voler vedere. Oltre Pirandello. “La grande magia” di Eduardo De Filippo, messa in scena al teatro Quirino di Roma, da un ottimo regista come Gabriele Russo, restituisce al grande drammaturgo gli onori che merita. Una commedia non compresa, anomala, fuori dai canoni classici di Eduardo, ma che il regista riesce a riportare dentro il suo canone originario, la commedia popolare che apre alla riflessione filosofica delle nostre esistenze. Due ore intense, in cui gli eccezionali protagonisti, riempiono lo spazio di un palcoscenico, quasi privo di scenografia.

Natalino Balasso, Michele Di Mauro, riescono ad immergerci dentro una metafora esistenziale, che spesso rifiutiamo di credere che ci appartiene. Accompagnati da bravissime attrici e attori, aprono le porte dove salta fuori di tutto, e, l’illusione prende il sopravvento sulla realtà. Il tutto condensato dentro una scatola magica che contiene, non solo le nostre credenze, ma le nostre paure, rese reali da una illusione alla quale ci aggrappiamo per sopravvivere.

I due protagonisti, Otto Marvuglia e Calogero Di Spelta, non sono altro che l’immagine riflessa nella specchio delle nostre esistenze, espresse come metafore di un metateatro che riesce a farci ridere delle miserie quotidiane, di cui ognuno si circonda. Credere a tutto ciò che ci fanno credere, così Di Spelta crede a Marvuglia, che gli fa credere di vivere dentro un miraggio. Che poi è realtà nella finzione e viceversa, in uno scambio di ruoli e di posto, dove tutto ciò che non accade, accade, rivelando la vera azione.

Gabriele Russo, il regista, riesce con un colpo di magia teatrale, a rendere amabile e ironico, un testo complesso e complicato, in due ore di spettacolo totalmente “eduardiano” dipanando lo svolgersi della vicenda, sospesa tra realtà e finzione, facendoci comprendere, ciò che nel 1948, non fu capito di questa  commedia. Si rimane a bocca aperta, appesi al filo della trama e del racconto, nella confusione surreale dei personaggi, non in cerca d’autore, ma di una realtà su cui  poggiare la finzione. In questa rappresentazione ritroviamo l’Eduardo che tutti conoscono, grazie all’ottimo lavoro di regia e alla ottima interpretazione delle attrici e attori sul palco che affrontano il dramma con ironia e sorriso, facendoci sorridere a più battute, fino al punto di prestarsi al gioco, fingendoci il mare evocato da Otto Marvuglia.

di Claudio Caldarelli

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