Lo Stretto di Hormuz: Paura, Sangue e Petrolio

Hormuz è una striscia di mare stretta, blu profondo, che sembra quasi toccarsi tra le rocce della Persia e le sabbie d’Arabia. Hormuz è un imbuto. Ventuno miglia di larghezza dove passa, silenzioso e pesante, il venti per cento del petrolio mondiale. Oggi quel blu non riflette il sole, ma riflette un’ombra, l’’ombra di un ordine esecutivo che ha il sapore di un ultimatum.

Donald Trump ha deciso e ha trasformato quello stretto in una miccia troppo corta anzi cortissima.

Immaginiamo di essere lì, sulla plancia di una petroliera con il radar che pulsa, il sudore che scende dalla fronte del comandante e dell’equipaggio. Davanti, il blocco navale. Non è diplomazia, questa, questa è asfissia. Trump dice che serve a piegare l’Iran dopo il fallimento sul nucleare, ma se guardiamo bene tra le pieghe della storia, vediamo qualcos’altro.

Vediamo un azzardo, dove la posta in gioco non è solo la geopolitica, ma il portafoglio di ognuno di noi. Perché se chiudi Hormuz, il mondo intero smette di respirare.

Ma c’è un dettaglio, Trump dice ai suoi alleati: “Non preoccupatevi, se l’Iran non vende più, comprate da noi. Abbiamo il fracking, abbiamo l’energia americana”.

È il mercantilismo estremo. Crei il vuoto, distruggi il mercato, e poi ti presenti come l’unico fornitore possibile, è una mossa brutale, una strategia che profuma di polvere da sparo e uffici di Wall Street. Ma c’è un problema, un problema che si chiama realtà.

“L’ordine è chiaro: eliminare le navi che violano il blocco. Un ordine che trasforma un errore di manovra in un casus belli, una scintilla in un incendio che può bruciare l’intero Medio Oriente.”

L’Iran è lì, con le spalle al muro, e la storia, quella vera, quella che non dorme mai, ci insegna che quando metti qualcuno con le spalle al muro nel suo “cortile di casa”, quello non si arrende, quello reagisce.

E allora il quadro si fa scuro, da una parte i tweet del Presidente, bellicosi e diretti come pugni nello stomaco, dall’altra i generali del CENTCOM (Comando combattente unificato delle forze armate degli Stati Uniti) che cercano di abbassare i toni, di evitare che il primo incidente navale diventi l’inizio della fine.

Non sappiamo come andrà a finire ma le opzioni sono due, ed entrambe fanno paura:

  • Una recessione globale, uno shock petrolifero che ci riporterebbe indietro di decenni.
  • Oppure la guerra. Quella vera. Quella che divampa in pochi minuti e non sai quando finisce.

Siamo tutti lì, fermi, a guardare quel pezzo di mare. Aspettando di capire se la prossima mossa sarà un passo avanti verso la pace o l’ultimo tuffo nell’abisso.

di Eligio Scatolini

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