L’arte di governare

Si può fare opposizione urlando, promettendo l’impossibile, accusando gli avversari di qualunque cosa non vada o non ci piaccia, ma governare è un’altra cosa. Occorre prudenza, misura, rispetto: sia nei fatti, sia nelle parole.

Quando due tizi in fazzoletto rosso, in quel di Marcinelle, voltano le spalle a La Russa, non puoi dire che è stata la CGIL. Quando arriva la smentita, fai una figuraccia, che non va bene per chi governa. L’episodio è di rilevanza minima rispetto ai problemi della politica, ma estremamente significativo di uno stile grossolano, che finora ha pagato, ma non è congruo con l’essere al governo.

Quando una folla di migranti invade un lembo di terra africana, inseguendo un sogno, o forse un inganno anche a costo della propria vita, non si possono chiudere le frontiere, come se ne andasse della salvezza della Patria. E quando, nonostante le proteste spagnole, si insiste nell’errore, non ci si può stupire di ricevere un ultimatum e, infine, una ritorsione. Cos’altro poteva fare la Spagna, per dire che i rapporti internazionali non sono un gioco, che la propaganda interna viene dopo il rispetto per gli alleati e che non si può invocare l’Europa quando l’ondata migratoria viene da te e tirarsi fuori dall’Europa quando l’ondata migratoria va da un altro. Il rispetto e la coerenza non sono opzionali nei rapporti con gli altri Paesi, e massimamente all’interno dell’Unione Europea, che vorrebbe essere, appunto, un’unione.

Molti altri sono gli esempi di cosa non dovrebbe fare un governo, dalla proposta del Nobel per la pace a Trump al plauso ai dazi americani.

Ma questi sono esempi formali, anche se la forma è sostanza nei rapporti politici. C’è poi qualcosa di più sostanziale: mi riferisco al debito pubblico, una sorta di elefante nella stanza, che tutti cercano goffamente di non guardare.

Quando la maggioranza odierna era all’opposizione, prometteva di togliere le accise sui carburanti. Oggi che è al governo, ha difficoltà a ridurle anche parzialmente, per non aumentare il debito pubblico. E non ha tutti i torti: qualunque  cambiamento nella politica economica, come qualunque decisione di spesa, deve fare i conti con le dimensioni di questa voragine.

Nei giorni scorsi il governo è stato impegnato nel problema dello “scostamento di bilancio” (leggasi: aumento del debito pubblico) per poter finanziare le spese militari e la svolta green che l’Europa tenta – per fortuna – di imporci. La maggioranza ha prontamente approvato l’aumento del debito. Ma il problema di questo, come di tanti altri governi italiani, è che sono sempre capaci di far crescere il debito, ma nemmeno si pongono il problema di farlo diminuire.

E perché mai? Perché aumentarlo è facile (tanto paga Pantalone, cioè noi cittadini, non i governanti), diminuirlo è impegnativo.

Il luogo comune è che non si possa ridurre il debito, se non a costo di tagli impopolari e forse ingiusti (che comunque ci sono e non sono serviti); o di ulteriori aumenti delle tasse, altrettanto ingiusti (che comunque hanno fatto e non sono stati efficaci).

E invece bisognerebbe entrare nell’ottica che è necessario, se si vuole recuperare la possibilità di fare politica e di governare per davvero; ed anche che è possibile.

Le due leve tradizionali e più note sono facili da indicare, meno facili da realizzare. Mi riferisco all’eliminazione degli sprechi della pubblica amministrazione (la famosa spending review) ed alla lotta all’evasione fiscale. Certo, queste due cose possono contribuire, ma richiederebbero serietà nell’azione di governo: ed è da molto che ci manca. Sugli sprechi, almeno finora, si è fatto solo finta. I passati governi hanno fatto finta di eliminare le “auto blu”, sostituendole con le auto in leasing: lo Stato non le acquista più, le affitta, ma in numero superiore. Poi hanno fatto finta di abolire le Province, sostituendole con le “aree metropolitane”: un cambiamento di nome, che ha eliminato soltanto la possibilità di eleggere chi le governa. Risparmio? Forse  “pochi spicci” (per dirla con Zero), ma niente di sostanziale rispetto alle necessità. Tanto è vero che il debito non si è ridotto. Quanto all’evasione fiscale, si tende piuttosto ad incentivarla con i condoni, quando non si rinuncia ad esigere che alcune multinazionali paghino le tasse, perché non Trump vuole.

Ma il debito pubblico è un ostacolo per qualunque cosa: per le politiche sociali come per quelle del riarmo, per la ricerca scientifica come per il green deal (ammesso che qualcuno davvero lo voglia).

Resta una soluzione facile facile, che però nessuno vuole: una piccola tassa sui grandi capitali. Nel mondo occidentale liberista e capitalista ce ne sono già, in diverse forme e in diversi Paesi, ma da noi non le vuole nessuno. Eppure dovrebbe essere una soluzione bipartisan: è l’unico modo per avere un po’ più libertà di manovra, per poter ridurre il cuneo fiscale, tanto necessario ad aumentare i consumi interni; per recuperare su sanità pubblica, istruzione e ricerca; per le necessità della difesa; per far fronte alle tante emergenze (dal clima alle guerre) che sono lì in agguato, pronte a far danno ai soliti noti.

Se fossi di destra, la proporrei come una tassa di scopo per onorare gli impegni con l NATO. Se fossi un verde, per ridurre le emissioni di CO2 e per la difesa del territorio. Se fossi un socialista, per ripristinare lo stato sociale. Se fossi, come Giorgia, una madre, per salvare il futuro dei nostri figli. Ma tutto è meglio di questa dannosa mania dello “scostamento di bilancio”. Perché l’elefante è sempre lì, in mezzo alla stanza, ed è sempre più difficile pretendere di non vederlo.

Cesare Pirozzi

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