Otto agosto 1956: una giornata da ricordare

È l’otto agosto del 1956. Siamo a Marcinelle, una cittadina industriale della Vallonia, in Belgio. Lì c’è una miniera di carbone che si chiama Bois du Cazier. Un posto fatto di ferraglia, polvere nera, pulegge enormi che girano in cima ai tralicci e pozzi stretti che scendono verso il buio. A quasi mille metri di profondità lavorano centinaia di uomini. Molti di loro sono italiani. Sono arrivati lì a causa di un patto siglato dieci anni prima tra il governo di Roma e quello di Bruxelles. Un baratto di Stato, semplice ed essenziale. L’Italia manda braccia per scavare nel buio e il Belgio in cambio fornisce tonnellate di carbone per mandare avanti le fabbriche del dopoguerra.

Pensa a cosa significa stare lì sotto, a novecentosettantacinque metri dalla luce del sole. Fa caldo, l’aria è pesante, si sente il rumore costante delle condotte dell’aria compressa e dei vagoncini pieni di minerale. Poi, alle otto e dieci del mattino, succede qualcosa. Un piccolo inceppamento meccanico. Un vagoncino che non esce del tutto dall’ascensore. In superficie l’addetto alle manovre non lo sa, crede che la gabbia sia libera e aziona il meccanismo. L’ascensore sale bruscamente, urta una putrella di metallo e trancia due cavi elettrici ad alta tensione, una condotta d’olio ad alta pressione e un tubo d’aria compressa.

Si innesca una scintilla. L’olio prende fuoco e la spinta dell’aria alimenta un rogo violento proprio nel pozzo da cui entra il flusso di ventilazione. Il fumo nero, carico di sostanze tossiche, si spinge veloce dentro tutte le gallerie della miniera, trasformandole in una trappola senza via d’uscita.

Per due settimane le famiglie rimangono a ridosso dei cancelli, ad aspettare nell’angoscia, tra il fango e la fuliggine. Il ventidue agosto un soccorritore risale in superficie dopo l’ennesimo tentativo di esplorazione, guarda la folla con gli occhi stanchi e pronuncia due parole in italiano. Tutti cadaveri. I morti sono 262. Centotrentasei di loro erano partiti dall’Italia.

In mezzo a quei numeri ci sono storie invisibili, volti e nomi spezzati. Come quella di Francesco Cicoria, arrivato dal Molise per dare un futuro ai propri figli. Era tornato nel suo paese proprio pochi giorni prima per organizzare la partenza del figlio verso un lavoro lontano, felice perché la famiglia trovava finalmente una stabilità e perché vedeva avvicinarsi il momento del suo rientro definitivo a casa. Un sorriso che si è spento dentro quella galleria chiusa dal fumo. O come la storia del caposquadra Gonet, che prima di essere inghiottito dall’aria irrespirabile ha lasciato un messaggio inciso a matita su una trave di legno, ritrovato solo settimane dopo. Una riga scarna per dire che stavano indietreggiando a causa del fumo e che erano rimasti in cinquanta, stretti insieme nel buio.

A distanza di settant’anni da quella mattina, il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha inviato un messaggio forte e misurato per ricordare il sacrificio di quei lavoratori. Il Capo dello Stato sottolinea come la vicenda di Marcinelle appartenga alla memoria profonda della nostra comunità e di tutta la casa europea. Mattarella ricorda che il diritto al lavoro e la tutela della sicurezza di chi lavora rappresentano principi costituzionali irrinunciabili, principi che devono valere ovunque e per chiunque. Il Presidente stabilisce anche un legame diretto tra la memoria di quegli emigrati e le dinamiche del presente, evidenziando come la gestione dei flussi migratori odierni debba sempre rispondere al rispetto fondamentale della dignità delle persone, perché dietro ogni spostamento d’uomini ci sono gli stessi bisogni, la stessa ricerca di futuro e le stesse speranze.

Guardare oggi alla lezione di Marcinelle significa fare i conti con una ferita ancora aperta. Se allora la tragedia rivelò l’assenza di cautele elementari in nome della produzione ad ogni costo, la cronaca dei nostri giorni ci ricorda che la strada non è ancora finita. Gli incidenti nei cantieri, nelle fabbriche e nei campi continuano a ripetersi con una regolarità che ferisce la coscienza collettiva. La sicurezza sul lavoro non può essere considerata una spesa accessoria o un mero adempimento burocratico. È la condizione primaria affinché il lavoro rimanga uno strumento di riscatto e di vita, e non si trasformi, come accadde a Marcinelle, in un luogo dove perdere il futuro.

Lo scorso maggio il Parlamento europeo ha chiesto di istituire proprio l’8 agosto come Giornata europea in memoria delle vittime degli incidenti sul lavoro e per la tutela e la dignità dei lavoratori. Un impegno che ora deve tradursi in azioni concrete.

Eligio Scatolini e Giuliana Sforza

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