Francia dall’incubo al ballo sull’orlo di un cratere

Da una visione onirica prossima appena un pelo del diavolo dalla realtà escono i milioni di francesi che si sono fatti letteralmente incantare da Marine Le Pen, e che a loro volta l’hanno illusa della vittoria ormai certa. Anche perché non solo disillusi dal presidente Macron, ma visceralmente, crescentemente  sprezzanti nei confronti della sua politica antisociale degli ultimi anni. Questo macroscopico dato della realtà non va in nessun modo trascurato o messo sotto il tappeto.

Per molti altri, all’opposto, la Francia esce da un incubo. Anche se i più sono coscienti che con questo non entra certo in un idillio. Anzi. I pezzi che dovrebbero incastrarsi, infatti, non solo costituiscono un rompicapo diabolico, ma sono anche micidialmente taglienti e persino ad alto rischio d’innesco esplosivo.

Lo stratega e trionfatore di questa settimana di cardiopalma elettorale è stato indubbiamente Jean-Luc Mélenchon. Leader di France Insoumise, Francia Indomita, fonda il Nouveau Front Populaire, insieme a socialisti, comunisti. Al primo turno elettorale del 30 giugno, il Nuovo Fronte Popolare si piazza secondo, a ridosso del lepenista Rassemblement National. Escogita, allora, e impone anche a un riluttante Macron le desistenze. Ossia il ritiro dai ballottaggi nei singoli collegi dei candidati meno favoriti. La legge elettorale francese, infatti, ammette al ballottaggio più di due candidati, anche tre, quattro, essendo consentito di parteciparvi a coloro che hanno raggiunto almeno il 12,5% degli aventi diritto a votare. A capire e seguire questa cruciale mossa strategica è il giovane Primo Ministro Gabriel Attal. Realizza, infatti, che Mélenchon è pronto a rinunciare anche ai propri candidati, pur di cercare di non lasciare neanche un seggio a Le Pen.

Questo ha ribaltato completamente – come Mélenchon aveva chiaramente previsto e anticipatamente dichiarato – una situazione irrecuperabile sotto tutti i punti di vista, anche per chi qui scrive. Molti candidati macroniani vengono così insperatamente eletti al ballottaggio, dopo il catastrofico primo turno, tanto che Ensemble, la lista del Presidente che è fuori dal Fronte, rimonta fino al secondo posto con 168 seggi, scalzando quella lepenista al terzo, con 143 seggi. Seguono con 46 scranni i Repubblicani. Il primo posto, però, spetta proprio al Nuovo Fronte Popolare, con 182 seggi. Al suo interno la maggioranza dei seggi la conquista proprio la formazione di Mélenchon, France Insoumise, con 74 eletti (più tre dissidenti del partito). 59 vanno ai socialisti, 28 agli ecologisti, 9 ai comunisti, 5 alla formazione Generations.

La fallimentare politica liberista di Emanuel Macron aveva di fatto – con le recenti elezioni europee del 10 giugno – già consegnato la Francia alla destra neofascista, sovranista, razzista e xenofoba, esponendola a un successivo doppio salto mortale, con lo scioglimento dell’Assemblea Nazionale, con l’indizione dei ravvicinatissimi due turni elettorali legislativi. Non appaia un paradosso che a salvarla sia stato proprio un discendente dei cosiddetti pieds noirs, piedi neri, quale è Jean-Luc Mélenchon. È nato, infatti, nel 1951 in Marocco, a Tangeri, da padre algerino francese con ascendenze spagnole, e madre anch’essa con ascendenze siculo-ispaniche. Troppo complesso riassumere qui la lunga, tormentata vicenda di quei cittadini francesi delle colonie in Maghreb, sia cattolici, che ebrei e mussulmani chiamati Piedi Neri. Ma l’incrocio di etnie, ascendenze, culture e costumi è proprio la ormai strutturale realtà francese che il sovranismo razzista vuole ciecamente negare, e dietro cui ha finito di orientarsi la stessa politica macroniana sull’immigrazione. Nella manifestazione di vittoria a Place de La République, non a caso la grande bandiera multicolore, appesa alla Statua della Marianna, a recita: La France est un tissu de migration.

Ma dicevamo del rompicapo tagliente e a innesco esplosivo rappresentato dalla formazione di un nuovo governo. È iniziata una campagna di bombardamento mediatico proprio contro Mélenchon, fatta anche di appelli rivoltigli al senso di responsabilità. Eppure, la responsabilità la dovrebbe dimostrare proprio Macron, fonte di irresponsabilità catastrofica. Questo stando anche alle rivelazioni fatte da Jean-Michel Macron, ossia dallo stesso padre di Emanuel, riprese dalla stampa francese e internazionale. Il piano del Presidente era un governo del lepenista Jordan Bardella, con l’obiettivo di logorarlo a mezzo coabitazione, facendo perdere a Marine Le Pen le elezioni presidenziali del 2027. E sembra che le dimissioni del Primo Ministro Attal siano dovute anche a questa ulteriore follia di Macron, oltre che a un dovere istituzionale, cui lo ha richiamato Mélenchon. Dimissioni, però, che forse Macron si appresta a respingere, anche perché dal 26 luglio all’11 agosto si svolgono a Parigi le Olimpiadi 2024.

I socialisti francesi – che non sono certo degli estremisti – hanno chiesto a Macron di consentire la formazione di un governo di minoranza del Nuovo Fronte Popolare, con l’astensione del gruppo macroniano Ensemble. La legge francese, infatti, consente la formazione di un governo anche senza l’obbligo di maggioranza nell’atto della sua costituzione. Maggioranza, ovviamente, che deve poi avere nel corso della successiva attività legislativa. Di qui la richiesta di astensione al Presidente. Risponde loro il Ministro dell’Interno Gerald Darmanin, appena rieletto deputato anche grazie alle desistenze, invitando i socialisti a uscire dall’alleanza con Mélenchon, e intraprendere una trattativa sia con Ensemble, sia con Liberali di centro-destra. Questo perché lo sbarramento contro Mélenchon resta per i macroniani assoluto e inamovibile. Se i socialisti o altri alleati, però, rompessero il Fronte, per gli elettori di sinistra che hanno ancora una volta salvato il Paese sarebbe un altro definitivo, non più recuperabile tradimento. Di qui l’uscita da un incubo, per entrarne in un altro infernale. Per questo, oltre Les Jeux Olympiques, è anche ufficialmente indetto sul ciglio di un cratere la Grand Bal Politique de France.

Riccardo Tavani

 

 

 

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