Rosa, 94 anni di coraggio e amore

 

Abbiamo avuto il piacere di incontrare Rosa, 94 anni, una donna che ha attraversato quasi un secolo con forza, dolcezza e un sorriso contagioso.

Qui sotto puoi ascoltare il  commento del viaggio nei suoi ricordi, tra aneddoti, emozioni e un pizzico di saggezza che solo il tempo sa dare.

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Una vita intrecciata con la storia, raccontata con la voce calma di chi ha visto il mondo cambiare, senza mai perdere sé stessa.

Rosa è una signora di 94 anni il cui volto, dolce e sorridente, irradia una serenità profonda e una tenerezza che colpisce immediatamente. Il suo sguardo è vivace e lucido, come se la luce della vita, nonostante il lungo cammino percorso, brillasse ancora con forza nei suoi occhi attenti. Quegli occhi, spalancati e vispi, che raccontano di esperienze vissute, gioie condivise e probabilmente anche di dolori affrontati con dignità e coraggio.

La pelle del suo viso è solcata da numerose rughe, guardandole accuratamente ci si accorge che esse non sono segni di vecchiaia, ma piuttosto testimonianze preziose del tempo trascorso. Ogni piega racconta un ricordo, una risata, un giorno di sole o uno di pioggia. Rughe che sono dolcemente incise in un viso che il tempo ha cesellato minuziosamente.

Il sorriso di Rosa è ampio e genuino, è quello di una donna che ha scelto di guardare il mondo con amore, anche quando non era facile farlo. Le labbra disegnano un’espressione affettuosa, quasi materna, che fa sentire chi la guarda accolto e benvenuto. Rosa ha i capelli corti e ben curati, sono di un grigio argenteo uniforme. Li porta pettinati con semplicità e ordine. Le sue sopracciglia sottili incorniciano un viso che trasmette forza tranquilla, dignità e saggezza.

Rosa abita a Guidonia, un popoloso comune a pochi chilometri da Roma, La sua abitazione è semplice e familiare e trasmette un senso di calore domestico, intimo, di vita vissuta, dove l’essenziale ha più valore del superfluo.

Questa donna di 94 anni non è solo una persona anziana, è una custode di memorie, una testimone silenziosa della storia che passa attraverso le generazioni. Guardarla è come leggere un libro prezioso, fatto di pagine spiegazzate ma ancora perfettamente leggibili, da cui si può solo imparare.

Mentre parlo con Rosa una gatta rossiccia si aggira con passo morbido, strusciandosi affettuosamente tra le sue gambe. Si chiama Marilù, ma Rosa, con la tenerezza ostinata di chi ha visto scorrere quasi un secolo di vita, continua a chiamarla semplicemente Micio. «Vieni qui, Micio», mormora ogni volta, ignorando il vero nome con la stessa dolcezza con cui si ignorano le formalità quando il cuore ha già deciso come chiamare ciò che ama.

Cerdomare, è una località incastonata tra i dolci colli del comune di Poggio Moiano, in provincia di Rieti, custodisce tra le sue pietre antiche e i suoi silenzi la memoria viva di Rosa. Fu proprio in questo piccolo borgo ricco di fascino e tradizione, che visse gli anni più intensi della sua vita: l’adolescenza e la giovinezza, segnate dal lavoro, coraggio, dedizione e spirito d’iniziativa.

Da ragazza, con determinazione e grazia Rosa gestiva un’osteria che divenne un rifugio di convivialità e calore dove si intrecciavano storie, sorrisi e profumi autentici della terra sabina.

«È proprio lì che ho conosciuto Ezio», racconta con un sorriso pieno di ricordi Rosa, «Ezio era un bel giovanotto, alto, con lo sguardo sincero. Lavorava con il camion nei numerosi cantieri che in quegli anni affollavano la strada statale Salaria, e quasi ogni giorno passava all’osteria. Entrava con quel suo passo deciso, ordinava qualcosa da bere e si fermava a scambiare due parole. Quando un giorno si dichiarò, rimasi sorpresa, quasi incredula… ma dentro di me ero felice. Sentii che qualcosa di importante stava per cominciare. Mi sposai con Ezio».

Ezio e Rosa

Cerdomare vive nei sentimenti più profondi di Rosa, è radicato nel suo cuore come una carezza d’infanzia mai svanita. Basta pronunciarne il nome perché i suoi occhi, segnati dal tempo ma ancora vividi, si illuminino all’improvviso, accesi da una luce antica fatta di ricordi, volti, voci e profumi che il tempo non è riuscito a cancellare. Cerdomare non è solo un luogo: per Rosa è l’anima stessa della sua giovinezza.

Durante la Seconda guerra mondiale, Rosa era ancora una ragazzina, ma nella sua amata Cerdomare la fame, per fortuna, non bussò mai davvero alla porta. La sua famiglia, con sacrificio e instancabile dedizione, lavorava la terra e allevava bovini, riuscendo così a garantire il necessario per vivere, anche nei tempi più duri. Rosa, giovanissima, si alzava all’alba per aiutare nei campi e nella stalla, sporcandosi le mani e imparando presto il valore della fatica. Un’esperienza che, seppur dura, l’ha resa la donna forte e dignitosa che è oggi,

«Era dura, sì… ma quella vita m’ha fatta forte dentro. La terra mi ha insegnato a resistere, e ogni giorno guadagnato col sudore valeva doppio».

La guerra, Rosa l’ha vista con i suoi occhi di ragazza, e anche se Cerdomare era cinto da colline e clivi che lo proteggevano, non era del tutto al riparo. La vicinanza con la strada statale Salaria, un’arteria strategica per il passaggio di truppe e rifornimenti, rendeva il paese vulnerabile e sempre in allerta. Il rombo dei camion militari e il timore di rastrellamenti erano presenze costanti, anche nei giorni di apparente quiete.

«Mi ricordo ancora il rumore dei camion che passavano sulla Salaria… un suono che ci faceva trattenere il fiato. Eravamo nascosti tra le colline, sì… ma la guerra la sentivamo vicina, come un tuono che non smette mai».        
«Avevamo paura, ma non ci siamo mai fermati, si lavorava, si pregava e si sperava. Quella speranza era la nostra forza».

Dopo l’8 settembre 1943, quando i tedeschi diventarono i nuovi nemici e l’Italia si ritrovò spaccata, Rosa e la gente di Cerdomare non si tirarono indietro. Con coraggio e silenziosa determinazione, nascosero alcuni soldati inglesi, braccati sia dai tedeschi sia dagli italiani rimasti fedeli al regime fascista. Era un gesto di umanità e ribellione, ma anche estremamente pericoloso, bastava una denuncia, un sospetto, e le conseguenze potevano essere drammatiche.

Un giorno, mentre lavorava nei campi, Rosa si trovò davanti un gruppo di soldati con i fucili puntati. Il cuore le si fermò, convinta che fosse la fine. Ma, per una fortuna che ancora oggi non sa spiegarsi, i soldati si limitarono a guardarli e se ne andarono lasciando un sospiro di sollievo in Rosa.

«Non dimenticherò mai quei fucili puntati… il cuore mi batteva talmente forte che pensavo uscisse dal petto. Ma Dio ci protesse. E quegli inglesi che salvammo… anni dopo tornarono con le loro famiglie. Volevano dire grazie. Alcuni lo fecero ogni anno, come se Cerdomare fosse diventato un po’ anche casa loro».

Nel dopoguerra, mentre l’Italia cercava di rialzarsi dalle macerie fisiche e morali lasciate dal conflitto, Rosa visse con intensità e speranza i giorni della ricostruzione. Erano tempi difficili, ma attraversati da una nuova energia: ovunque si respirava voglia di fare, di cambiare, di costruire un futuro diverso. Le strade si riempivano di rumori nuovi, le città crescevano, e persino nei piccoli borghi come Cerdomare si avvertiva l’eco di un’Italia che stava rinascendo.

Con Ezio al suo fianco, Rosa abbracciò quella trasformazione con lo sguardo rivolto avanti, carico di sogni e concretezza. Mentre l’economia italiana cominciava a correre, portando elettricità, elettrodomestici e mezzi moderni anche nei paesi più remoti, per Rosa ogni segno di progresso era una spinta a investire nel futuro della famiglia che stavano creando.

«Vedevamo il Paese cambiare… e noi cambiavamo con lui. Ogni traguardo, ogni piccolo miglioramento, era una speranza in più. Non era solo la fine della guerra, era l’inizio di una nuova vita. E noi c’eravamo, con le mani sporche di lavoro e il cuore pieno di sogni».

Dopo la guerra, Rosa ed Ezio decisero di trasferirsi a Guidonia Montecelio, una cittadina situata a nord-est di Roma. Guidonia, fondata nel 1937 e intitolata al generale dell’aeronautica Alessandro Guidoni. Nel dopoguerra, la città conobbe un notevole sviluppo demografico e urbanistico, diventando uno dei comuni più popolosi del Lazio.

In questo contesto di crescita e rinnovamento, Rosa ed Ezio iniziarono una nuova fase della loro vita, costruendo una famiglia numerosa composta da cinque figli: quattro maschi e una femmina. In ordine, Adolfo, a seguire Ettore, Giuliana, Francesco e infine Luca. La vitalità di Guidonia, con le sue nuove opportunità lavorative e sociali, offrì loro un ambiente favorevole per realizzare i progetti familiari e guardare al futuro con speranza.

«A Guidonia abbiamo trovato una nuova casa e una nuova vita. Ogni figlio che nasceva era una benedizione, un segno che, nonostante tutto, la vita continuava e ci regalava nuove gioie», ricorda Rosa con emozione.

A Guidonia, Ezio trovò presto lavoro nelle cave di travertino, un’attività faticosa ma fondamentale per l’economia della zona, da sempre ricca di questo pregiato materiale utilizzato in costruzioni e opere pubbliche. Giorni lunghi, di polvere e sudore, ma anche di dignità e orgoglio per poter mantenere la famiglia e contribuire alla crescita del paese.

«Ezio tornava la sera con la polvere addosso, stanco ma contento. Quelle cave gli hanno dato lavoro e a noi la possibilità di andare avanti. Con il suo impegno e il mio, abbiamo cresciuto cinque figli… non è stato facile, ma è stata la nostra ricchezza».

Nel 2005, Rosa affronta il dolore più grande della sua vita: la perdita di Ezio, il suo compagno di sempre, l’uomo con cui aveva condiviso ogni battito di cuore, ogni fatica e ogni speranza. L’addio fu silenzioso ma profondo, un vuoto che ancora oggi porta nel cuore come una cicatrice dolce e dolorosa allo stesso tempo.

Ma Rosa non è mai rimasta sola. I suoi cinque figli sono diventati i suoi pilastri, la sua forza quotidiana. Le sono sempre stati accanto, con amore e dedizione, come radici profonde che sorreggono un grande albero segnato dal tempo, ma ancora vivo e fiero.

«Ezio se n’è andato, e il cuore si è fatto più pesante… ma i miei figli sono la mia luce. Non mi hanno mai lasciata, mai. Con loro vicino, anche il dolore ha trovato spazio per diventare memoria e gratitudine».

Oggi Rosa ha da poco compiuto 94 anni, e in quegli occhi pieni di storia brilla ancora lo spirito combattivo di sempre. Nonostante il tempo che è passato, le fatiche vissute e le perdite affrontate, continua a vivere ogni giorno con la forza silenziosa e generosa che solo una madre conosce.

Per Rosa, essere madre è ancora oggi la sua missione più profonda. Non le servono gesti eclatanti: le basta uno sguardo dei suoi figli, una loro presenza, anche solo per pochi minuti, per sentirsi bene, per sentirsi completa. Ogni giorno è un dono da vivere con amore e semplicità, come ha sempre fatto.

«Io vivo per loro, come ho sempre fatto… mi basta vederli entrare dalla porta, anche solo per un saluto. E il cuore, anche a 94 anni, si scalda come allora».

Quando le chiedi com’è cambiato il mondo, Rosa prende un respiro lungo, come a pescare nella profondità dei suoi ricordi, e con lo sguardo che si perde lontano, risponde con una calma che sa di saggezza:

«È cambiato tanto… troppo, forse. Una volta si aveva poco, ma si condivideva tutto. Oggi c’è tutto, ma ognuno pensa a sé. Prima ci si guardava negli occhi, ci si salutava per strada, ci si aiutava senza chiedere. Adesso vedo tanta fretta, tanta solitudine anche in mezzo alla gente. Però una cosa non cambia mai: l’amore di una madre per i suoi figli. Quello resta uguale, ieri come oggi… e per sempre».

Quando chiedi cosa sia davvero importante a 94 anni, Rosa sorride con dolcezza, come chi ha imparato a riconoscere ciò che conta davvero nella vita. Poi, con voce ferma ma piena di tenerezza, dice:

«A questa età non servono grandi cose. È importante svegliarsi la mattina e sentire ancora il respiro, il calore del sole sulla pelle, una parola gentile. Ma più di tutto, è importante sapere che i miei figli stanno bene. Vederli, sentirli, anche solo per poco… quello mi basta. È l’amore che ti tiene viva, sempre. Tutto il resto, col tempo, passa. L’amore no».

Grazie, Rosa per averci aperto il cuore e regalato la tua memoria, lucida e preziosa come un’eredità. Per aver condiviso con noi la tua forza silenziosa, la tua dolcezza tenace, e quella saggezza che solo il tempo, vissuto con dignità e amore, può donare.

La tua storia è molto più di un racconto del passato è una lezione di vita e ci ricorda cosa conta davvero, ci insegna a non dimenticare le radici, e ci mostra che anche nel dolore si può trovare luce, se si ama abbastanza.

Rosa, sei testimone di un’Italia che ha lottato, ricostruito, amato e continua, ogni giorno, a farlo con uno sguardo, un sorriso, una parola.

Risponde con disarmante saggezza:

«Grazie ma io non sono nessuno, ho solo vissuto davvero e finché qualcuno ascolta, i ricordi restano vivi».

 di Giuliana Sforza

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