Nove cine-pillole post ferragostane ‘25

A Roma, e spero anche altrove, l’Anec, Associazione Nazionale Esercenti Cinematografici, ormai da anni organizza dei Cinevillage, proiezioni all’aperto e altri spazi d’incontro, musica, ristorazione, dove è possibile vedere film della stagione appena passata o vecchi ma sempre attuali classici. Quattro sono questi spazi a Roma: Cinevillage Talenti, Notti di Cinema a Villa Bonelli, Notti di Cinema a Piazza Vittorio, Cinevillage Villa Lazzaroni. Grazie a questa iniziativa ho potuto recuperare un film che inseguivo da tempo, perché quando è uscito in sala – per un motivo o per l’altro – mi era sempre sfuggito. Si tratta del fil Familia, di Francesco Costabile. Non posso dunque che ringraziare l’Anec Lazio, il suo rappresentante Massimo Righetti, che ha condotto anche l’incontro del regista con il pubblico, e l’Ufficio Stampa di Elisabetta Castiglioni, che con la sua capillare e costante comunicazione consente ogni giorno a tuttə di non lasciarsi sfuggire niente.

Familia. Una storia vera nella quale tutto discende, senza alcuna possibilità di scampo, in maniera inesorabilmente drammatica, ma proprio per questo autenticamente coinvolgente. Luigi e Alessandro, due ragazzini, con un padre violento verso la madre e loro, che ogni tanto sparisce, magari per essere finito in galera, ma che poi regolarmente riappare sempre per tornare a imporre la sua legge. Il film è tratto dal libro autobiografico di Luigi Franco, Gigi, Non sarà sempre così, e il titolo del film deriva proprio dal tatuaggio dietro la sua spalla, Familia, che si rivela totalmente appropriato alla riduzione cinematografica. Gigi, crescendo, aderisce a un gruppo di picchiatori neofascisti, e per questo comincia a seguire le orme – almeno carcerarie – del padre Franco. Padre interpretato da Francesco Di Leva, l’attore napoletano, interprete ormai di molti ruoli. Quello che gli ha cucito addosso, scritto magistralmente il regista risulta forse uno tra i meglio riusciti. Barbara Ronchi, nel ruolo della madre, per contrasto, riesce a farci sensibilmente sentire sulla pelle cos’è davvero la violenza domestica patrircale. Gigi è interpretato dal ventenne ma già convincente attore Francesco Gheghi. L’apice dell’intensità drammatica e partecipativa si raggiunge in una delle scene finali del film, in un faccia a faccia tra padre e figlio sull’orlo tragico del baratro di tutta una vita. Un vertiginoso flash back ci fa rivedere Luigi bambino, e il destino già segnato per lui dal braccio violento della legge paterna. Distribuzione Medusa. Durata 120 minuti.

L’ultimo turno. In una singola infermiera professionale l’intera umanità ospedaliera, curata e curante. Infermiere e infermieri ascesə con il Covid in paradiso come angelə, sono poi scaranventatə all’inferno come dannatə. Leonie Benesch, l’attrice protagonista è di una sbalorditiva bravura, non solo recitativa, ma proprio come infermiera altamente qualificata. Coinvolgente, serrato, incalzante ridà luce a una verità di cui tutto il mondo è rimasto fatalmente orbo. Da non perdere. Da consigliare. Distribuzione: Bim. Durata: 91 minuti.

Yunan. La staticità reiterata, se non proprio l’immobilità di alcune scene, contraddicendo la legge cine/tica, rendono arduo il coinvolgimento, nonostante l’importanza dei contenuti e della singolarissima ambientazione. Munir, uno scrittore siriano residente in Germania ha ripetuti attacchi di assenza respiratoria. Su consiglio di un medico, decide di trasferirsi per un po’ da qualche altra parte. Da solo, senza la compagna e il fedelissimo cane. Finisce sull’isola tedesca di Langeness,  una delle più inospitali delle Halligan, nel Mare del Nord. In particolari condizioni atmosferiche, quest’isola piatta finisce quasi completamente sommersa dal mare, salvo alcune zone più alte. Di qui il titolo del film: Yunan in greco è Giona, il quale nella leggenda finisce nel ventre della balena. In questo panorama scabro, respingente, anche nei suoi scarsi abitanti, Munir prova a ritrovarsi, perdendosi del tutto, anche grazie a una singolare albergatrice locale, interpretata da una irriconoscibile, ma pur sempre brava Hannah Schygulla.  Distribuzione Fandango. Durata 124 minuti.

The girl with the needle. Non all’altezza del tema; via via quasi horror. Tratto da fatti reali accaduti in Danimarca, atmosfera narrativa dickensiana, ambientazione quartieri proletari, alloggi squallidi se non proprio luridi, catena di montaggio industriale di abbigliamento, sfruttamento femminile non solo lavorativo. Il tutto in un bianco e nero virato, stile vecchio espressionismo tedesco. Alla fine della seconda guerra mondiale Karoline, con il marito soldato che non torna, viene buttata fuori dal suo appartamento per morosità prolungata, poi concupita, posseduta, illusa, messa in cinta e licenziata dal proprietario. Sta per abortire, quando viene salvata da Dagmar, una donna che di si proclama salvatrice dei neonati reietti, perché li piazza verso famiglie distinte. Stabilisce un legame con questa donna dal carattere forte ed enigmatico, trasferendosi da lei e lavorando nel suo negozio di caramelle, e accogliendo clandestinamente in neonati da sistemare. Purtroppo il film si ferma sugli aspetti più di superficie di un dramma di profonde dimensioni sociali, psicologiche e simboliche. Distribuzione Mubi. Durata 115 minuti.

Il giorno dell’incontro. Un viaggio diurno dentro New York e le pieghe di un passato di errori e galera, prima dello scontro serale sul ring che mette in palio tutta la propria vita. Mikey Flanaghan, grazie al suo fedele preparatore di tutta la vita, riesce a ottenere un incontro di alto valore pugilistico al Madison Square Garden. Va da un allibratore clandestino, gli dà tutti i soldi che ha e scommette su sé stesso, anche se è dato per massimamente perdente. Poi usa tutta la giornata che ha davanti per dei faccia a faccia  ravvicinati con le persone cruciali della sua esistenza. Un vero e proprio redde rationem, prima del trionfo o del precipizio definitivo sul ring. Buono lo stile cinematografico tutto in bianco e nero,  un po’ meno quello narrativo e dei contenuti. Distribuzione: Movies Inspired. Durata 105 minuti.

Superman. Umano, troppo umano, cade nella polvere amara della sconfitta, ma non si arrende: Make Superman Great Again! Anche i suoi tratti e atteggiamenti facciali sono improntati a  leggera bufferia. La metafora è troppo esplicita, dato che mette in scena il suo super intervento contro un dittatore per impedire l’invasione e la sottomissione di un popolo confinante, ma Lex Luthor gli scatena contro tutta la schiera disponibile tra i peggiori meta-umani, ottenendo dal governo anche il mandato di catturarlo e ucciderlo. Mentre il dittatore – con gli ingenti carichi di armi che gli vende lo stesso Luthor – torna a invadere il Paese confinante, sono inflitte a Superman le peggiori sofferenze e umiliazioni. Accanto a lui, però, ci sono il super cane Krypton e una Lois Lane, mai vista così suadente, appassionata e determinata: è l’America stessa fatta persona. Distribuzione: Warner Bros Italia. Durata: 129 minuti.

Frammenti di luce. La morte entra immediatamente in scena, ed è come se il regista volesse fare un esperimento chimico su cosa succede alla persone più vicine al defunto. Tipo: Si potrebbe andare tutti al mio funerale per vedere di nascosto l’effetto che fa. Diddi e Una sono compagni di studi nella Scuola d’Arte, e s’innamorano follemente l’uno dell’altra. Ma lui è fidanzato con Klara e si propone di andare da lei per svelarle il suo nuovo, unico e vero amore. Tutto questo è condensato nei primi pochi minuti di film. Mentre va da Klara, Diddi muore in uno spaventoso incidente stradale. E allora tutti a consolare Klara, mentre Una è costretta al silenzio, a soffocare il suo dolore per quell’amore prodigioso, distrutto appena nato. Il gruppo di ragazzi elabora insieme il lutto bevendo birra e shottini della vodka preferita di Diddi, e anche ballando tra loro. Scatta l’immedesimazione tra le due rivali in un finale di elevato stile dato alla sua alla  forzatura nichilista dell’inizio. Con la morte, infatti, soprattutto nell’arte non si può essere banali, ossia farla scaturire non da una stringente necessità narrativa, ma da una mera, gratuità e programmatica volontà d’autore. Distribuzione: Movies Inspired. Durata 82 minuti.

Warfare – Tempo di guerra. Soldati americani super tecnologizzati chiusi in una casa iraniana, simili ai protagonisti di un’antica tragedia greca con le tre unità aristoteliche di luogo, di tempo e d’azione. Sono reparti super specializzati e super attrezzati per compiti particolarissimi. Come tenere sotto controllo un quartiere, un’area interessata alle operazioni militari americane, e se del caso intervenire per stroncare ogni possibile contro mossa della Jihad. Si chiamano Navy Seal, corpi speciali della Marina Militare. Ne ha fatto parte Ray Mendoza, uno dei due registi del film, che ha vissuto personalmente questa vicenda. L’altro regista è  Alex Garland. Tutta la scena si svolge in tempo reale dentro un’abitazione civile occupata da questo reparto per tenere sotto controllo l’area che gli è stata assegnata. Lo fanno in stato di permanente collegamento con droni, antenne, mappature digitali, auricolari, radiotelefoni, impugnando fucili mitragliatori tra i più avanzati. La tragedia si chiama guerra e nonostante i super-tecno-controlli esplode improvvisa, implacabile. Ed è atroce, orrorifica. Un film che dovrebbe vedere soprattutto chi va dicendo che i ragazzi devono prepararsi alla guerra, altrimenti sono dei mollaccioni. Il film ti fa toccare con mano e urlare di dolore insieme a tanti di quei mollaccioni destinati a essere orrendamente martoriati.

 Mahābhārata. Il grande poema epico indiano portato in teatro nel 1985 e al cinema nel 1989 da Peter Brook squarcia delle sorprendenti e brucianti attualità. In alcuni cinema è riproposto questo capolavoro, oggi in versione digitalizzata 8K. Il titolo sta per La grande storia della famiglia Bhārata, chiamato anche Il Veda di Krisna, scritto da Vyāsa, risalente al IV sec. A.c. In quegli anni fece epoca sia a teatro che al cinema. Tra i maggiori protagonisti, nel ruolo di Arjuna, quel nostro grande attore, scomparso troppo prematuramente, che è stato Vittorio Mezzogiorno, padre di Giovanna Mezzogiorno. A rivederlo oggi, colpisce quanto i versi dell’antico poeta, e la resa scenico-drammatica di Peter Brook si attaglino in maniera impressionante con quanto sta avvenendo con le tragiche guerre del nostro presente. In ogni guerra si uccide sempre e soltanto il proprio fratello. Visto alla Greenwich Multisala, Via Bodoni, 59, Roma (Testaccio). Distribuzione: Cinemaundici e Lumière&Co. Durata 173 minuti.

Riccardo Tavani

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