Solo per chi non ha più speranza ci è data la speranza

Le parole del titolo sono quelle che concludono il saggio scritto nel 1922 dal filosofo tedesco Walter Benjamin sul romanzo di Goethe Le Affinità Elettive. Il loro significato è preciso: l’unica autentica speranza possibile non è quella rivolta verso di noi, o le persone a noi vicine. No, è unicamente, soltanto quella verso i veri disperati, quelli che non hanno più alcuna speranza possibile cui aggrapparsi. Una frase che una ventina d’anni più tardi Benjamin rivede come uno spettro davanti ai propri occhi, dentro la propria coscienza. Ebreo d’idee marxiste, una notte di settembre del 1940 si ritrova solo, in una camera d’albergo a Port-Bou, in Spagna, Catalogna, al confine con la Francia. È in attesa di un visto per imbarcarsi verso l’America che però non arriva mai. Sente di non avere neanche più quella autentica speranza verso chi – come lui stesso – non ha davvero più alcun brandello di speranza.  Prossimo a essere arrestato e respinto verso la Francia controllata dai nazisti, si suicida con una dose micidiale di oppio. In realtà quel visto lo tratteneva la polizia di frontiera, la quale aveva deciso di rilasciarlo il giorno dopo. C’erano altri nella sua situazione, i quali – ritirati i visti – proseguono il viaggio.

La filosofa Hanna Arendt ha definito Walter Benjamin pescatore di perle, proprio per la purezza di molti suoi aforismi splendenti che attingevano verità nelle profondità del sottosuolo esistenziale. Il numero delle persone e delle situazioni senza più speranza, però, nel nostro presente sembrano aumentate. Non solo, ma aumenta anche il senso di impotenza dello stesso nutrire speranza verso i disperati assoluti. Le atroci guerre in corso sono la summa non solo simbolica di tutte le altre catastrofiche ingiustizie in atto. Da quelle ambientali, climatiche, sanitarie, sociali che costringono milioni di persone ad abbandonare le proprie radici, case, terre, subito razziate dalla prepotenza armata neo imperiale, sub imperiale e dalla logica spietata del profitto capitalistico. Del simbolo stesso della speranza in fiore, bambine e bambini, è fatta spietata tonnara tra il mare di macerie in cui li hanno recintati e sepolti. Il nostro nutrire e agire speranza verso i senza speranza è diventato esso stesso un atto di disperazione. Siamo anche noi soli proprio come Walter Benjamin in quella stanza d’albergo di Port-Bou.

Nonostante milioni persone in tutto il mondo abbiano portato nelle strade, nelle piazze, davanti ai palazzi del potere la loro speranza attiva verso i disperati d’ogni latitudine sotto le bombe, le grandi e minime capitali della catena di fuoco imperiale, da Mosca, Washington, Ankara, Teheran, Tel Aviv, continuano, nella loro sempre più remota indifferenza, a premere l’asettico comando digitale della distruzione a scopo di rapina sociale, economica, territoriale, ambientale. E l’ombra atomica pesa ormai nelle coscienze come nell’Universo la materia oscura: non si vede, ma pesa molto più di quella visibile. Sull’orlo del suicidio è l’intera coscienza planetaria, universale.

Nella sua valigia di fuggiasco, Benjamin aveva due cose a lui molto care. Angelus Novus, un piccolo quadro di Paul Klee del 1920, acquistato tempo prima; e le Tesi di Filosofia della Storia, un suo breve ma intenso saggio allora ancora inedito, in cui parla anche di quel quadro, di quell’angelo che si allontana, procedendo all’indietro con la bocca aperta e le ali spiegate, dalle macerie e dalla tempesta della storia davanti ai suoi occhi. Nella seconda di quelle diciotto tesi, Benjamin scrive: “C’è un’intesa segreta fra le generazioni passate e la nostra. Noi siamo stati attesi sulla terra. A noi, come a ogni generazione che ci ha preceduto, è stata data in dote una debole forza messianica, su cui il passato ha un diritto”. Il passato ha diritto a una redenzione; le generazioni di persone ridotte dal potere alla disperazione, alla soppressione violenta della loro speranza, voce, espressione di pensiero e di vita hanno diritto a un riscatto. Il compito di questo riscatto è assegnato alle generazioni successive.

A differenza del primo ’900, però, la durata della vita media è andata progressivamente allungandosi, e ora giunge a oscillare attorno al secolo. Tanto che le generazioni arrivano a succedere a sé stesse. I nati subito dopo la fine della Seconda Guerra Mondiali, erano ancora immersi in era meccanica, al massimo elettro-meccanica, neanche ancora pienamente analogica. Oggi si trova a vivere e operare completamente sprofondata nel digitale, nell’elettronico, nei social-media, nelle cripto valute, nell’Intelligenze Artificiali e nelle sue diverse facce in continua, rapida mutazione. Un vero e proprio vertiginoso salto d’epoca. È come fosse davvero, in tutto e per tutto, un’altra generazione. E questo è vero anche per i nati tra i pieni anni ’50 e ’60, per i quali, infatti, il termine anzianità,  sta per essere sostituito da quello di nuovo conio linguistico sexalescenza.

Generazioni, dunque, cui è affidato il compito di redimere le tempeste distruttive, le macerie che hanno segnato il loro passato. Un riscatto del passato, però, che serve ad aprire un orizzonte inedito al futuro, dato che: “Ciò che chiamiamo progresso, è questa tempesta”, scrive Benjamin. Un orizzonte sgombro dalla maledizione di una forza, di un potere di proclamarsi tale solo ricorrendo allo schiacciamento di una debolezza incarnata in un certo momento storico da un individuo, un gruppo, un genere, un popolo, un intero pianeta come la Terra, sottoposta ormai da tempo a una violenta e cieca estrazione a fini di profitto. Sì, anche per la Terra senza più speranza ci è affidata un nuovo orizzonte di speranza.

Foto: Walter Benjamin e Angelus Novus.

Riccardo Tavani

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