Sicurezza fantasma: quando la morte in cantiere diventa un’abitudine

Palermo, in via Ruggero Marturano. È il 10 aprile 2026. La luce è quella abbagliante della Sicilia, ma l’ombra che sta per allungarsi è gelida. Perché  in certi cantieri il destino non bussa ma cade dall’alto.

in via Marturano Daniluc Tiberi, 50 anni, e Najahi Jaleleddine, 41 erano al lavoro. Operai, nomi che si aggiungono a un elenco che sembra un bollettino di guerra. La dinamica è un fotogramma nero il braccio di una gru che si spezza, un suono di metallo che fracassa e poi il vuoto. Volano giù per venti metri, un tempo infinito e brevissimo. Un terzo operaio precipita anche lui, la sua caduta viene frenata dalla tettoia di un negozio di pneumatici. È vivo, ma porta addosso il peso di quello che ha visto.

Come in ogni noir che si rispetti, iniziano le irregolarità: protezioni assenti, sospetti di lavoro nero, quella fretta maledetta che trasforma un cantiere in un patibolo.

 Se allarghiamo l’inquadratura, scopriamo che questa non è una tragedia isolata, è un sistema. Negli ultimi 15 mesi, l’Italia ha contato i suoi morti con una regolarità spaventosa. In Sicilia sono nei primi mesi del 2026 sono già 12 i morti sul lavoro (compresi i due operai di via Marturano), ma a livello nazionale la tendenza è un paradosso crudele, mentre al Nord i numeri sembrano flettersi leggermente, nelle Isole la curva s’impenna. Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna restano le aree con il più alto numero di incidenti in termini assoluti, per via dell’alta densità industriale, ma è nel Mezzogiorno che la “sicurezza” sembra una parola scritta sulla sabbia.

E poi ci sono i “morti a metà”. I dati INAIL ci dicono che per ogni vittima ci sono decine di invalidi: vite spezzate che non finiscono al cimitero ma restano incastrate in corpi che non rispondono più, in famiglie che devono farsi carico di un dolore che non va mai in pensione.

CGIL, CISL e UIL gridano. Lo fanno ogni volta, con la voce rauca di chi ha visto troppe corone di fiori. Chiedono controlli, chiedono ispettori, chiedono che la sicurezza non sia un costo da tagliare per vincere un appalto. Ma le loro restano, troppo spesso, urla nel deserto della burocrazia.

Il punto non sono i numeri, i numeri sono freddi, i numeri non piangono, il punto è quella sedia che resta vuota a cena è la borsa degli attrezzi rimasta sul sedile di un furgone che nessuno ha il coraggio di spostare. Nonostante i protocolli firmati con penne d’oro e le promesse istituzionali fatte davanti alle telecamere, la realtà è un’altra. È il dramma di una madre che aspetta un figlio che non tornerà, perché il profitto è stato più veloce della prudenza.

È una storia di fantasmi, quella del lavoro in Italia e noi, purtroppo, siamo ancora qui a raccontarla.

di Eligio Scatolini e Giuliana Sforza

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