La crisi di Hormuz e la questione energetica
La crisi dello Stretto di Hormuz ha riportato l’attenzione dei media sui problemi dell’energia e, in particolare, dei combustibili fossili.
La prima notazione, paradossale ma significativa, è che ultimamente poco si parlava di risparmio energetico o di “green deal”: la crisi climatica, a quanto pare, non sembrava più di moda. Eppure la guerra – o, per meglio dire, le guerre in corso – causano notoriamente un’impennata dell’inquinamento e, in particolare, dei gas serra; quindi un drastico peggioramento della crisi climatica, di cui non avremmo sentito alcun bisogno. Invece, da quando la questione energetica è diventata un problema economico, ecco che è di nuovo tornata alla ribalta. Come se i soldi fossero più importanti del futuro dell’umanità!
Allora, già che ci siamo, vale la pena tornare sull’argomento del costo dell’energia. Mi riferisco al costo economico, visto che il costo ambientale sembra essere così poco interessante.
La crisi di Hormuz ha già fatto aumentare il prezzo di gas e petrolio, cui rischia di aggiungersi una riduzione più o meno importante della disponibilità dei combustibili fossili. Come rimediare?
La prima risposta è facile: ridurre i consumi. Così auspica, infatti, l’Unione Europea. Meno male! Forse le guerre ci costringeranno a fare ciò che da tempo avremmo dovuto fare per una ragione altrettanto importante, cioè il disastro ambientale. Negli anni 70 del secolo scorso, con la prima “crisi del petrolio”, fino ad allora venduto a prezzi molto bassi, si cercò di ridurre i consumi con provvedimenti, per così dire, estemporanei ed empirici: le domeniche senza macchine, limiti di velocità più bassi, chiusura serale dei locali pubblici anticipata, notti senza insegne luminose, riduzione e regolamentazione del riscaldamento domestico (il condizionatore, all’epoca, non lo aveva nessuno). Oggi, però, non sarebbe male aggiungere al risparmio energetico di vecchio tipo qualcosa di più duraturo e “strutturale”, come oggi si dice. Per esempio incentivare seriamente il trasporto pubblico e l’efficientamento energetico di abitazioni, alberghi ed edifici pubblici, dalle scuole agli uffici, e possibilmente delle industrie. Con la sola eccezione del vituperato “super bonus” edilizio, purtroppo mal concepito, non si è finora cercato un risparmio energetico adeguato a difendere l’ambiente. Vuoi vedere che si farà per difendere il portafogli? Quando si dice l’eterogenesi dei fini!
Comunque, non sembra che la presa di posizione europea sia stata accolta dal governo italiano, forse nella convinzione che contenere il prezzo del carburante risolva il problema. Ma questa è una pezza peggiore del buco, perché non disincentiva i consumi.
La crisi svela un altro imbroglio di una certa parte politica: sostenere che la conversione “green” sia una inutile cavolata, costosa e antieconomica, voluta da una sinistra fanatica e ideologizzata. In realtà, se la svolta green fosse davvero avvenuta, la crisi del fossile ci preoccuperebbe molto meno.
A riprova, andiamo a vedere che cosa è successo in Europa con le fonti rinnovabili. Poiché non sono un esperto, ho fatto ricorso a Chat GPT, uno strumento (almeno per il momento) non influenzato dalle polemiche politiche. Ed ecco le informazioni che ho ottenuto.
“L’Italia produce un 40-45% di elettricità da fonti rinnovabili (la media europea è del 47-48%); ma diversi Paesi sono più virtuosi: Austria (90%), Svezia (88%), Danimarca (80%), Portogallo (65-87%), Spagna (55-60%), Germania (54-56%)”.
Proprio così: alcuni Paesi europei superano l’80% in fonti rinnovabili, anziché inseguire un qualche piano Mattei, e la loro economia non va a rotoli.
“Le rinnovabili abbassano il prezzo medio dell’energia nel mercato elettrico, ed hanno un effetto “scudo” nelle crisi: funzionano come un’assicurazione energetica. Hanno ridotto l’uso di gas importato, contenuto i prezzi, migliorato la sicurezza energetica”.
Come vedete, anche Chat GPT sembra essere vittima “dell’ambientalismo estremista” della sinistra.
Sempre secondo Chat GPT, la Spagna è “il caso più evidente di risparmio reale: i prezzi dell’elettricità sono mediamente il 50% più bassi che in Italia. In alcuni momenti la differenza è stata eclatante: 14€/MWh contro >100€/MWh negli altri grandi Paesi. Il gas determina il prezzo dell’elettricità in Italia nell”89% delle ore della giornata, in Spagna solo nel 15%. Quindi: meno dipendenza dal gas = meno prezzi impazziti. Le rinnovabili hanno funzionato da scudo diretto sui prezzi”.
“L’Italia, invece, con il suo ~40–45% è uno dei paesi più colpiti dai prezzi alti, perché ha una fortissima dipendenza dal gas importato. Ma, anche con le rinnovabili, il prezzo viene fissato dal gas, annullando così il beneficio. Il risparmio è limitato, perché il sistema è ancora gas-centrico”.
Ma che cosa vuol dire “gas-centrico”? In sostanza, che ci fanno pagare in bolletta l’energia prodotta da fonti rinnovabili allo stesso prezzo di quella prodotta con il gas, anche se le rinnovabili costano molto meno. È un fatto incomprensibile, ma vero. Si direbbe quasi che al governo ci sia l’ENI.
Di fronte alla fredda neutralità dell’intelligenza artificiale, c’è poco da eccepire: non solo l’aumento delle fonti rinnovabili è economicamente conveniente in tempi di pace, ma attenua gli effetti delle guerre sulla produzione di energia. Inoltre, se associato a serie politiche di risparmio energetico e diffuso a livello globale, permetterebbe di combattere la crisi climatica ed ambientale che stiamo vivendo e che condiziona disastrosamente il nostro futuro, anche economico. Perché rimediare è possibile, anche se a certa politica sembra non interessare.
Provate, adesso, a mettere a confronto il buon senso e la fondatezza di queste considerazioni con le dichiarazioni dei nostri governanti.
Per esempio con la tesi, più volte sostenuta da alcuni di loro, che le fonti rinnovabili non sono economicamente convenienti e che l’unica soluzione efficace è il nucleare: nell’attesa di averlo, bruciamo gas. Ma, a parte i costi elevati e i tempi lunghi, il nucleare può essere un’alternativa al fossile, non alle rinnovabili. Infatti, le fonti fossili sono più pericolose del nucleare, come ha ben documentato Oliver Stone nel suo Nuclear Now; al contrario, le rinnovabili, oltre ad essere più economiche, da questo punto di vista danno meno problemi. In ogni caso, il nucleare non dà l’indipendenza energetica, perché di uranio in Italia non ce n’è.
Sia chiaro, io non sono prevenuto per principio contro il nucleare, perché i combustibili fossili hanno fatto più danni all’ambiente di tutti gli incidenti nucleari messi insieme, e continuano a fare molti più morti. Ma ripeto: il nucleare ha senso solo al posto dei più dannosi combustibili fossili.
E poi, soffermiamoci un momento a pensare: cosa sarebbe successo se l’Iran avesse puntato sulle energie rinnovabili anziché sul nucleare? Con i se non si fa la storia, capisco: ma volevo evidenziare quest’ultimo aspetto del problema. Se tutti i Paesi del mondo puntassero sull’energia nucleare, ve lo immaginate che casino, visto che con l’uranio arricchito ci si fanno anche le bombe?
In conclusione, se raggiungessimo gli stessi livelli di fonti rinnovabili dei Paesi europei più avanzati nel “green deal”, non subiremmo le conseguenze recessive che purtroppo presto ci colpiranno. E avremmo fatto un passo avanti nella lotta alla crisi climatica.
Ma chissà se i vari Descalzi (e, ovviamente, i politici al seguito) ce lo permetteranno. Nel frattempo, dovremo accontentarci della riduzione delle accise finanziata con i tagli alla sanità.
di Cesare Pirozzi

