Ultimo valzer nel buio dell’energia
Immaginate un’aula buia. Una di quelle dove il gesso stride sulla lavagna e l’aria sa di polvere vecchia. Su quella lavagna c’è una data cerchiata in rosso: 31 dicembre 2026. Non è solo la fine di un anno è il termine ultimo, il rintocco finale di un orologio che non ammette ritardi. Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza non è un regalo, è una sfida a duello. E l’arma scelta per questo scontro è l’energia.
L’Italia sta muovendo decine di miliardi di euro, un fiume di denaro che scorre sotto i nostri piedi per cambiare pelle al Paese. Ma dove finiscono questi soldi? La risposta abita nelle pieghe della transizione energetica. Parliamo di oltre 60 miliardi destinati alla rivoluzione verde. Non sono solo numeri, sono pale eoliche che devono sorgere nel cuore del Mediterraneo e distese di pannelli fotovoltaici che devono rubare spazio all’ombra. C’è l’idrogeno, quel sogno leggero che dovrebbe alimentare le industrie pesanti, le cosiddette hard-to-abate, quelle che bruciano gas come se non ci fosse un domani.
Ma qui la storia si fa oscura. Perché mentre noi posiamo cavi e installiamo turbine, là fuori il mondo ha deciso di giocare a Risiko con le nostre bollette. La geopolitica del 2026 è un labirinto di specchi. Il conflitto nel Golfo ha trasformato le rotte del gas in sentieri di guerra. Ogni metro cubo di energia che non produciamo in casa diventa un cappio che qualcun altro, altrove, può stringere a suo piacimento. La transizione non è più solo una scelta ecologica, un atto di amore verso il pianeta. È una questione di sopravvivenza nazionale. È l’unico modo per smettere di essere ostaggi delle decisioni prese in uffici lontani, tra deserti di sabbia o steppe ghiacciate.
I fondi del PNRR servono a questo, costruire una fortezza energetica. Si investe nel rafforzamento della rete elettrica perché deve reggere l’urto di milioni di nuove connessioni rinnovabili. Si punta sull’efficienza dei palazzi, perché ogni dispersione di calore è un soldo regalato ai giganti stranieri dell’energia. È una corsa contro il tempo e contro i fantasmi della burocrazia che, come in un noir di provincia, cercano di rallentare ogni cantiere, ogni firma, ogni colata di cemento sostenibile.
Se falliamo, se quelle opere non saranno collaudate entro il fatidico dicembre 2026, la carrozza tornerà a essere una zucca. Ma una zucca molto costosa, con un debito che graverà sulle spalle di chi verrà dopo. Siamo seduti su una polveriera che può diventare una miniera d’oro, a patto di non perdere la bussola nel fumo delle tensioni internazionali.
È una storia complicata, fatta di grandi ambizioni e piccoli ostacoli invisibili. Una storia dove il cattivo non ha un volto, ma la forma di una dipendenza energetica che ci portiamo dietro da decenni. E la domanda, alla fine, resta sempre la stessa: riusciremo a finire il lavoro prima che scocchi la mezzanotte?
di Eligio Scatolini e Giuliana Sforza

