I segni del tempo sul pianeta
C’è un dettaglio che tutti noi finiamo per ignorare mentre corriamo tra le nostre giornate, tra una spesa al supermercato e una chat sul telefono, ed è un numero che a prima vista sembra astratto, una di quelle notizie che scorriamo distratti sullo schermo prima di passare ad altro. È la concentrazione di anidride carbonica nell’aria che respiriamo ogni mattina, arrivata oggi a toccare le quattrocentoventicinque parti per milione, quando prima che le nostre città si riempissero di auto e fabbriche quella cifra se ne stava tranquilla attorno a duecentottanta.
Se guardiamo a quello che sta succedendo fuori dalla finestra senza il filtro dei grandi slogan, ci accorgiamo che la storia non è fatta solo di statistiche fredde, ma di estati in cui l’aria diventa così densa e pesante da farci fatica a dormire, di fiumi che si prosciugano lasciando scoperte le pietre del fondo e di temporali improvvisi che trasformano le strade sotto casa in torrenti in fango. Le misurazioni dei satelliti e dei centri di ricerca non fanno che mettere in fila le tessere di un mosaico che già conosciamo bene, confermando che il duemilaventicinque si è piazzato tra gli anni più caldi di sempre, subito dietro alle estati infuocate del duemilaventiquattro e del duemilaventitre.
Significa che stiamo attraversando un decennio in cui ogni anno sembra superare il precedente per intensità e afa, una sequenza che chi studia il clima non chiama più una strana coincidenza della natura, ma il risultato diretto di come abbiamo scelto di vivere e consumare. I termometri sparsi in tutto il mondo indicano che ci siamo stabilizzati a un grado e mezzo sopra le temperature a cui i nostri nonni erano abituati, toccando proprio quella soglia di guardia di cui si parla spesso nei notiziari e che speravamo di non oltrepassare mai.
Se poi si allarga lo sguardo ai mari dove andiamo in vacanza, ci si accorge che gli oceani hanno assorbito un quantitativo enorme di calore, diventando veri e propri serbatoi d’acqua calda che finiscono per alimentare tempeste sempre più violente e per rovinare gli ecosistemi marini che abbiamo imparato ad amare fin da bambini. Nel frattempo, i grandi ghiacciai e le calotte polari continuano a perdere più di un trilione di tonnellate di ghiaccio ogni anno, una quantità d’acqua dolce immensa che scivola nei mari spingendo il livello delle acque a salire piano piano lungo le nostre coste.
In diverse parti del mondo, le foreste che dovrebbero darci riparo e pulire l’aria bruciano per estensioni che superano la superficie di intere nazioni europee, lasciando dietro di sé terra arida e fumo che si sposta per migliaia di chilometri. Di fronte a tutto questo, mentre i governi si riuniscono nei grandi vertici internazionali per discutere di accordi e scadenze future, la realtà di tutti i giorni continua a fare il suo corso, mostrandoci con chiarezza che il tempo delle attese è ormai finito e che sta a noi decidere quale finale dare a questa storia.
Eligio Scatolini

