Tre film oltre il genere al top
A volte il genere cinematografico è un mero confine classificatorio utile ad avere più slancio per sorpassarlo sia nei contenuti, sia nelle forme. Ne abbiamo un esempio con tre diversi generi presenti nelle sale di questo agosto 2026. Un horror-gender, un classico poliziesco; un monster movie, con dinosauri e altre pachidermiche creature mesozoiche.
Camp Miasma – Adolescenza, sesso e morte. Può indiscutibilmente non piacere il genere horror, ma qui ci troviamo di fronte a una raffinatissima, imperdibile operazione cinematografica di ripresa di un franchise, o saga cult, composta da nove film, di successo stellare negli anni ’80 negli Usa e nel mondo. Camp Miasma, infatti, era un campeggio estivo, nel quale imperversa una strana figura con il corpo umano e la testa come la cassa di un tv, ma con dentro la spirale quadrata di un aereatore. La creatura, chiamata Little Dead, affiorava dal fondo del lago, impugnando una pesante lancia a doppia punta, con la quale mozzava di netto teste, squartava corpi di adolescenti, che si scambiano droghe e sesso, facendone uscire fiumi e spruzzi vertiginosi di sangue. D’altronde il termine Camp, nel cinema e in arte contemporanea, è anche un genere fondato sull’eccesso, il kitsch, lo splatter, lo slasher, il gender, il queer, la teatralità ironica, la stravaganza parodica.
In questo film, Kris Williams, una regista lesbica 29enne in ascesa a Hollywood per una sua ripresa di Psycho, viene inviata alla ricerca della protagonista di quella saga per rilanciarla l’intera serie, anche per ridare valore economici ai loro diritti di cui sono ancora proprietari. Billy Presley, la ventenne di allora, ora sessantenne, vive in un posto ghiacciato al confine col Canada che si chiama ora Camp Tivoli. Già questo cambio di nome indica il passaggio al divertimento spettacolare, per il significato di svago, parchi giochi che esso nel mondo è andato assumendo. Billy chiarisce subito a Kris di rinunciare alla ricerca di intellettualistici significati sulla mostruosità e altre idiozie del genere, perché ciò che quei nove film volevano mostrare era qualcosa di molto semplice: flesh and blood, carne e sangue. L’amore, però, che nasce tra loro, conturbante e inquietante, sentimentalmente ed eroticamente queer, le spinge potentemente verso la ricerca di cosa c’era di autentico nello sguardo di Billy, mentre nel primo di quei film lei sta passivamente perdendo la verginità sotto i colpi di un ragazzo che le è sopra ed entra nella stanza Little Dead. Quello sguardo Kris non vuole solo capirlo, ma riviverlo: dentro i propri occhi. Il film che così vediamo sullo schermo è quello che scaturisce dalla forza interiore di tale autenticità di sguardo, racconto e sentimenti. Un film che le sue, i suoi superiori a Hollywood non capiscono quando Kris lo prospetta loro, ma che evidentemente poi lo ingoiano. Perché non è Little Dead un nostro personaggio, ma siamo tutti noi personaggi dei film che lui fa uscire da un buco sotto il lago. La regista Jane Shoenbrun firma e filma un’opera notevole. Distribuzione: Mubi. Durata: 112 minuti.
Maldoror. Anche questo polar, poliziesco e noir, ambientato in Belgio tra il 1995 e il 2002, è connotato da un tipo d’immagine cinematografiche caratteristica del periodo storico in cui si svolge. Ispirato alla vicenda vera conosciuta come il Mostro di Marcinelle, è la storia del giovane poliziotto Paul Charlier, assegnato alla Gendarmeria di quella provincia, nella cui giurisdizione avviene il rapimento di due sorelle minorenni. Il titolo del film fa riferimento alla operazione sotto copertura che il comandante organizza per scoprire i colpevoli e salvare le due bambine. Paul è incaricato di sorvegliare e pedinare i sospetti, raccogliendo prove certe per incastrarli. La copertura è ufficialmente dovuta al fatto che la località è piccola e le voci si diffondono presto ovunque e a chiunque. Inoltre c’è anche la concorrenza con le indagini parallele, che si ostacolano a vicenda, della Polizia Giudiziaria e, addirittura, di quella Comunale. Il fatto, però, che ci sia sotto altro si profila sempre più chiaramente nella mente del protagonista, a seguito delle continue limitazioni che vengono opposte alle sue intuizioni e azioni, facendolo passare per una testa calda, irrazionale, che non sa attenersi alle direttive precise del comandante. Così che presto tanto più le sue convinzioni sembrano avvicinarsi a scoprire qualcosa, tanto più viene indirettamente ostacolato, e tanto più la sua diventa caparbia ostinazione. Anzi, una vera e propria ossessione verso la necessità di giustizia, per la quale trascura ogni altra incombenza, soprattutto quella verso la moglie e la figlia appena nata. Il tema è direttamente quello dello scontro esistenziale, per la vita e la morte, tra l’ingiustizia rappresentata da quello che potremmo dire il mondo amministrato, e una coscienza che non può tollerare di vivere senza la giustizia in lui e intorno a lui. Uno scontro contro una soverchiante forza implacabile, spietata, nel quale il giovane Paul è disposto a rischiare tutto, a mettere in gioco il suo onore, la sua libertà, l’esclusione dalla famiglia e dalla società, la propria sopravvivenza. E se vuole avere la speranza di vincere alla fine, anche futura memoria, non può che accettare di perdere nella maniera più disperata. Un’opera senza facili illusioni, nella quale il regista Fabrice Du Welz ci fa acutamente sentire il bisogno di giustizia, proprio attraverso la sua lancinante mancanza. Distribuzione: Movies Inspired. Durata: 155 minuti.
La fine di Oak Street. 1982, sobborgo residenziale con villette a schiera nei pressi di Detroit, Michigan. Nel giro di un paio di notti l’intera zona è sconvolta da un inspiegabile fenomeno cosmico. Una luce intensa e forti raffiche di vento fanno saltare elettricità e acqua. Gli abitanti si svegliano circondati da piante e animali preistorici per una traslazione spazio-temporale che prova più tardi a spiegare la figlia poco più adolescente della famiglia protagonista del film. Il succo è che la luce che ha causato lo spostamento in quel passato così remoto, potrebbe, dovrebbe teoricamente ricondurli nel loro 1982. Intanto devono sopravvivere al convergente e strapotente attacco di tutta quella multiforme fauna affamata. Il figlio chiede più volte alla madre se quella non sia proprio la fine del mondo. E qui si svela la chiave interpretativa e la genialità di utilizzare il genere per sorpassarlo del regista David Robert Mitchell . Nel nostro presente viviamo nel terrore che la fine del mondo possa venire dal futuro, da una catastrofe bellica, atomica, ambientale, climatica, pandemica. Qui, all’opposto, la si proietta nel passato più ancestrale, ma la metafora è la stessa. L’umano è nudo, spogliato di tutto la sua follia, supponenza di potenza e prepotenza. I suoi conflitti sono ridotti alla stregua di quelli adolescenziali senza alcun senso visti sulla linea di confine della catastrofe finale. Formalmente sono rispettate tutte le caratteristiche del genere, con i suoi specifici requisiti di spettacolarità, terrore e suspense, ma proprio per meglio sedimentare in tali forme, anche in modo subliminale, il più autentico significato del film. Tra l’altro la stessa immagine, le inquadrature, sequenze, ecc., sono interamente nello stile del cinema americano degli anni ’70-’80. E questo aumenta percettivamente l’effetto passato remoto. Distribuzione: Warner Bros. Italia. Durata: 99 minuti.
Riccardo Tavani

